L’alternativa europea

L’alternativa europea

Al punto in cui siamo vorrei aggiungere un paio di righe riguardo l’Europa, oggi balbettante e quasi del tutto assente dalla scena internazionale: per la sua latitanza e scarsa capacità di azione geopolitica appare sempre più debole. Non illudiamoci: in un mondo globalizzato, dove a predominare saranno potenze di livello continentale, un singolo paese, anche se importante come la Germania, non avrà mai la massa critica sufficiente per contare qualche cosa. È solo partecipando alla Comunità Europea che tutti noi potremo avere un futuro.
La politica estera italiana sin dal dopoguerra si è sempre basata su due pilastri: la collaborazione con gli Stati Uniti nell’ambito dell’Alleanza Atlantica e l’integrazione politica ed economica con l’Europa.
Se si vuole porre rimedio al nostro crescente declassamento, evitare di scivolare nell’irrilevanza e sfuggire al destino di colonia, non vi è altra alternativa che quella dell’Europa unita, unica politica estera originale e valida nell’era nucleare, pena il continuo declino.
È ora di smetterla di discutere unicamente di Euro e di banche. Sarebbe tempo di tornare alle origini del progetto europeo e parlare di ciò che più conta: la politica estera e la difesa.
Quando l’ordine internazionale sorto dalle rovine della Seconda Guerra Mondiale è rimesso in discussione e quando Cina, Russia e soprattutto Stati Uniti mostrano di allontanarsi dal multilateralismo, se si vuole restare nell’ambito dei grandi è necessario trovare un’intesa per un progetto politico europeo e sviluppare un’autonomia strategica.
È il contesto internazionale stesso che dovrebbe condurci a ciò. Cosa si sta facendo invece? Ci sfasciamo sui migranti e apriamo la strada ai nazionalismi, ai populismi e alle tendenze plebiscitarie.
La continua presenza in Europa di Bannon e l’incontro di Salvini con il premier ungherese Orban dovrebbero preoccupare. Tra noi e l’Ungheria non vi sono grandi interessi comuni. Anche la geografia ci separa: noi siamo sul mare, loro no. Si tratta, inoltre, di un Paese di scarsa importanza il cui numero di abitanti corrisponde più o meno a quello della Lombardia.
Si deve ricordare che l’Italia è stato tra i Paesi fondatori dell’Europa. Se si deve guardare da qualche parte, è verso Parigi e Berlino, certamente non al gruppo di Visegrad. Pensare di avere la sua collaborazione sulla questione dei migranti è uno sbaglio: ad ogni conferenza stampa il risultato finale è che loro non li vogliono e noi dobbiamo tenerceli.
Sui migranti ci sarebbe molto da dire ma mi limiterò a queste considerazioni: in quest’anno il loro numero è ovunque calato e quello che caratterizza il nostro Paese è un errato senso del pericolo, in quanto la percezione dei numeri non collima per nulla con la realtà dei fatti.
È necessario operare per una risposta collettiva, dato che il fenomeno sarà di lunga durata ed oggi si è solo agli inizi. Invece di discuterne a Bruxelles per cercare di costruire una politica d’accoglienza comune, si va allo scontro per portare acqua al proprio mulino.
Per chiudere, vorrei menzionare un ultimo punto che reputo di grande importanza: sarà un domani indispensabile, oltre che all’unità politica e alla creazione di un vero esercito europeo, prendere in considerazione anche lo sviluppo di un armamento nucleare comune. Solo così sarà possibile ridurre le spese militari che pesano sui bilanci nazionali, avere una politica estera corrispondente allo stato del mondo ed aspirare al rango di potenza globale.
Purtroppo buona parte della politica non si è ancora resa conto che dall’agosto del 1945 il mondo è entrato in una nuova era: quella nucleare. Questo è particolarmente vero per il nostro Paese.
Ad oggi, infatti, siamo gli unici al mondo che attraverso un Referendum ha rinunciato sia al nucleare civile che a quello militare. Prima del 1987 eravamo all’avanguardia. Nel 1958 si era addirittura concluso tra il ministro della Difesa Taviani, quello francese Chaban Delmas e il tedesco Franz Joseph Strauss un accordo per un armamento nucleare europeo.
Quando nel 1975 Roma ratificò il Trattato di non proliferazione nucleare, che dichiarava legalmente nucleare uno Stato che ha preparato e fatto esplodere un’arma atomica prima del 1° Gennaio 1967, riuscì ad inserirvi una serie di riserve condizionanti tra le quali la clausola europea e quella Nato.
Con la prima si dichiarava che, nel caso venisse realizzata tale iniziativa, il Trattato non poteva ostacolare la partecipazione ad un armamento nucleare europeo.
La seconda riservava all’Italia il diritto di denunciare il Trattato nel caso venisse a cessare la protezione dell’ombrello nucleare di Washington.
Oggi il mondo sta passando attraverso una fase di radicale trasformazione che tocca anche i rapporti internazionali. Ricostruire un nuovo ordine mondiale comporta, oltre che uno sforzo politico e diplomatico, anche un forte impegno etico e culturale.
Indispensabile per tutti è sviluppare una visione di lungo periodo. Qui da noi, purtroppo, le questioni internazionali vengono accolte con indifferenza ed il Paese sembra incline a mollare la presa. La società sta cambiando e dovrà presto trovarsi di fronte a scelte ineludibili.
L’agire della nostra politica non aiuta, ma non possiamo non vedere nell’Europa il nostro orizzonte.