Stralci di politica estera americana

Due risoluzioni da non dimenticare

In un contesto internazionale in continua evoluzione, ma sempre instabile e piuttosto precario, vediamo un’Europa in disfacimento e un’amministrazione americana assorbita da una campagna elettorale che potrebbe essere vitale per la Casa Bianca.

Tra poco meno di una settimana, infatti, si svolgeranno negli Stati Uniti le elezioni di medio termine. Verranno rinnovati un terzo del Senato e la totalità della Camera dei Rappresentanti. In palio anche i seggi di 36 governatori.

Viene ritenuto probabile che i democratici possano ribaltare la maggioranza alla Camera e, visti i seggi contestati, è probabile che il Senato resti in mano ai repubblicani.

 

Le previsioni sono difficili, per questo tipo di elezioni i sondaggi generalmente poco credibili e la contesa delle più virulenti.

Per via della posta in gioco, queste sono elezioni di grande importanza: si tradurranno in un referendum sul presidente Trump e getteranno le basi per le successive presidenziali del 2020.

Dal loro esito potrebbero dipendere il posto del Segretario alla Difesa, Jim Mattis e quello del Procuratore generale Sessions. Se quest’ultimo dovesse saltare, vi è la possibilità che possa essere messa in discussione anche la carica di Robert Mueller, nominato dal Dipartimento di Giustizia come Procuratore speciale per le indagini sulle interferenze russe nel corso delle elezioni del 2016. Da lui si attende il rapporto sulle eventuali collusioni della campagna di Trump con Mosca.

In ogni caso, si assisterà ad un conflitto politico interno sempre più aspro, che non farà certamente bene al Paese. Inutile dire che fino al giorno delle elezioni il mondo resterà sospeso e ciò non può che riflettersi anche sulle questioni internazionali.

Con l’entrata in crisi dei rapporti tra Stati Uniti e Russia a seguito dell’incontro di Helsinki, bisognerà vedere come evolverà il dialogo tra queste due grandi potenze. Trump si sente tutt’ora sotto pressione e Putin più di tanto non sembra prendersela: mostra di capire la situazione nella quale si trova il suo omologo americano. Dopo l’incontro, il presidente Trump aveva detto che gli sarebbe stata gradita una visita di Putin a Washington. Passato poco tempo, ha poi affermato che sarebbe forse meglio rinviarla al 2019.

Numerosi esponenti dell’amministrazione hanno pensato che non fosse opportuno contemplare un incontro con il presidente russo alla Casa Bianca entro tempi brevi. Le critiche ricevute dopo Helsinki erano state numerose e nell’ambiente politico americano si stava manifestando una diffusa ostilità contro Mosca. Meglio e più prudente rinviare: alla vigilia delle elezioni l’ulteriore colloquio sarebbe stato controproducente.

L’accordo è adesso per un appuntamento a Parigi, sullo sfondo delle celebrazioni per il centenario della fine del Primo conflitto mondiale. Tra i due presidenti vi è molto da discutere.

Quest’incontro potrebbe essere molto importante: se Trump riuscisse a gettare le basi per un accordo con Putin, potrebbe presentarsi alle presidenziali del 2020 con in tasca il ritiro delle truppe americane dai centri di crisi.

Per quel che ci riguarda, ci soffermeremo adesso su due di questi centri: la Libia e la Siria.

Riguardo il primo, alla fine del mese di Agosto si sono verificati una serie di scontri armati che hanno investito alcune aree del Paese. Hanno lambito Tripoli e coinvolto anche il governo unitario del premier Fayez al-Serraj.

L’inviato speciale delle Nazioni Unite, Ghassan Salamé, si è affrettato ad organizzare una conferenza. Il 4 Settembre ha convocato le parti in conflitto e proposto una tregua a favore del governo, che è stata presto sottoscritta.

Esponenti del governo italiano avevano accusato Parigi di appoggiare il generale Haftar, capo delle milizie di Tobruk, allo scopo di delegittimare il governo di Tripoli. Non a caso il presidente Macron aveva organizzato in precedenza due vertici nella capitale francese, in uno dei quali era stato concordato di tenere elezioni parlamentari e presidenziali il 10 Dicembre di quest’anno. Questa data era fortemente voluta dall’Eliseo.

Stati Uniti ed Italia hanno ritenuto l’iniziativa prematura, sostenendo che la Libia non è pronta. Per Roma, le faccende di quel Paese si intersecano con le proprie, soprattutto per la questione dei migranti che continua a dividere anche l’Europa. Quest’ultima resta debole e mostra di non riuscire ad accordarsi sui problemi regionali. L’influenza della Russia e dell’Egitto sulla Libia continua ad essere sempre forte.

Chi vi comanda oggi è però Stephanie Williams, ex-incaricato d’affari americano nel Paese, da poco promossa Vice-rappresentante Speciale delle Nazioni Unite in Libia.

Il 13 Settembre si è riunito a New York il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Ha confermato la presidenza di al-Serraj e prolungato di un anno il mandato a Salamé. Ha inoltre affermato che la data delle elezioni verrà stabilita dagli stessi libici. Né Parigi né Mosca hanno posto il veto e queste forse verranno indette per l’anno prossimo.

Incassato l’appoggio degli Stati Uniti e della Russia, il governo italiano si è attivato per assumere un ruolo di rilievo sul futuro assetto della Libia. Roma è adesso prossima alla conclusione dei preparativi per una grande conferenza sulla Libia programmata a Palermo e da svolgersi il 12 e il 13 di Novembre.

La visita di Conte a Washington ed il suo recente incontro con Putin hanno avuto come obiettivo di rilievo un colloquio sulla Libia e sul ruolo che vi dovrà svolgere l’Italia. Lo stesso si può dire per l’incontro avuto tra il ministro degli Esteri Moavero Milanesi e il suo omologo russo Sergej Lavrov. Importanti sono state le successive pressioni del Cremlino sul generale Haftar, capo dell’esercito che controlla la Cirenaica.

Di recente sono giunti a Roma Fayez al-Serraj, capo del governo di Tripoli riconosciuto dalle Nazioni Unite, il generale Haftar, Khaled al-Mishri, presidente del Consiglio di Stato e Agila Saleh, presidente del Parlamento. L’inviato delle Nazioni Unite, Salamé è stato molto attivo nel redigere un nuovo piano di pace.

In risposta alle intenzioni di Parigi, le Nazioni Unite, insieme al governo italiano, hanno manifestato la loro intenzione di seguire un percorso che conduca al voto nel corso della primavera dell’anno prossimo.

A Palermo dovrebbero riunirsi, oltre che i rappresentanti delle maggiori potenze, anche i capi politici libici più importanti e i principali rappresentanti di quei Paesi interessati ai destini della Libia e dell’area mediterranea. E’ importante per Roma che il tavolo non risulti sguarnito, cosa che indicherebbe un segno di debolezza. Le difficoltà però non mancano.

Gli egiziani hanno confermato la loro presenza, a patto che venisse esclusa la Turchia. Identico atteggiamento da parte dell’Arabia Saudita riguardo il Qatar. Si tratta di paesi vicini ai Fratelli Musulmani e perciò non visti di buon occhio sia da Il Cairo che da Riyadh.

Credo improbabile la presenza di Trump e Putin. Dovranno prima vedersi a Parigi ed è più che probabile che tra le varie questioni che dovranno affrontare vi sarà quella della Libia. Da come stanno andando le cose, credo che il presidente russo possa garantire al suo omologo americano la riunificazione del paese. E’ un incontro che potrebbe dare risultati.

E’ da dubitarsi anche la presenza a Palermo del ministro degli Esteri Lavrov e del segretario di Stato americano, Pompeo. Macron e la Merkel restano un’incognita, ma data la situazione e lo stato dei nostri rapporti con l’Europa non credo si presenteranno. Malgrado le divergenze tra Francia e Italia e considerata la partita in corso, ritengo probabile la presenza del ministro degli Esteri Jean-Yves Le Drian.

Se questa conferenza avrà successo, sarà un passo importante verso la riunificazione della Libia.

Comunque vada a finire, si potrà sapere quale contribuito Stati Uniti, Russia, Francia ed Italia avranno offerto in questo inizio di percorso. La diplomazia italiana potrà sempre ripartire dalla risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite della quale si tratterà più avanti. Quello che è certo è che la volontà di Parigi di avere una data precisa e vincolante per le elezioni libiche è oggi superata. Con l’appoggio di Washington, Roma è riuscita a far accettare la sua posizione di maggiore cautela riguardo i tempi del voto.

Il negoziato non sarà facile perché minato dalla mancanza di fiducia tra le parti libiche, le tensioni tra Francia e Italia e le rivalità tra alcuni dei paesi musulmani presenti alla conferenza. Meno urgente è oggi il problema dei flussi migratori, ridotti in quest’ultimo anno di circa l’80%.

L’insicurezza che affligge la Libia, il suo frazionamento in piccoli territori e in una moltitudine di fazioni, la minaccia del terrorismo, del jihadismo e il pericolo che l’instabilità possa stingere nel vicinato, sono al momento le preoccupazioni maggiori.

Come indicato da Moavero, lo scopo della conferenza è quello di trovare una linea generale di azione per riportare gradualmente l’ordine in Libia. Si tratta per l’Italia di una sfida importante che le permetterebbe di recuperare qualche influenza dopo un lungo periodo di declassamento e perdita di ruolo internazionale. E’ importante che ai libici il nostro governo dia l’impressione che la conferenza riguardi loro e non l’Italia e le rivalità tra Roma e Parigi.

Questo è particolarmente vero in quanto Parigi ha fatto il possibile per assumersi un ruolo da protagonista nello stabilizzare e restituire sicurezza in quell’area del continente africano. A metà Settembre ha anche deciso di nominare il suo primo rappresentante diplomatico il Libia dopo la chiusura dell’ambasciata a Tripoli nel Luglio del 2014.

Per il governo italiano resta il nodo dell’ambasciatore Giuseppe Perrone, richiamato a Roma in quanto dichiarato persona non gradita dal parlamento di Tobruk, controllato dal generale Haftar. Nel corso di un’intervista data in arabo ad un canale televisivo libico, aveva affermato che ad oggi non vi erano condizioni idonee per avere elezioni nel Paese.

A seguire il dossier vi è Salamé, sa bene che ci vuole uno schema di azione e di percorso comuni e che spetta ai libici decidere sulle loro sorti. E’ dunque necessario trovare un consenso tra tutte le parti coinvolte, inclusa la comunità internazionale.

Se Palermo non porterà nulla di concreto, le parti libiche non potranno che uscirne frustrate. Il punto di partenza non può che essere la risoluzione n. 2214 del 22 Dicembre 2015.

Passando alla Siria, le ultime notizie lasciano spazio all’ottimismo.

In piena estate, la Casa Bianca ha nominato un rappresentante speciale per la Siria. Lo scopo sarebbe quello di isolare il presidente Assad e condurlo ad aprire il suo sistema politico per lasciar spazio ad un’alternativa che non sia la solita farsa che lo vede sempre eletto con consensi che sfioravano il 98%.

Se questo progetto non si dovesse realizzare, è probabile Washington farà di tutto per rendere la vita impossibile al presidente siriano, finora sopravvissuto grazie all’intervento prima dell’Iran e poi della Russia.

Se si dovesse seguire il ragionamento di John Bolton, Consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Trump, è probabile che truppe americane resteranno nella regione fino a che gli Iraniani con le loro milizie sciite e gli irregolari di Hezbollah non abbiano evacuato la Siria.

Malgrado le difficoltà, Stati Uniti e Russia continuano a parlarsi e i rispettivi militari sono in contatto permanente. Risulta chiaro che il presidente Putin intende fermare qualsiasi interlocutore che possa aumentare la confusione e far salire la tensione in Siria.

Dopo una serie di successi ininterrotti, a seguito di un sanguinoso assedio cade il 12 Aprile la regione della Ghouta orientale. Il presidente Assad prosegue l’offensiva lanciando le sue truppe contro il centro di Yarmouk e i vicini sobborghi di Damasco. I combattimenti si concludono nel corso della giornata del 21 Maggio.

Il 19 Giugno viene avviata una vasta operazione allo scopo di riconquistare le frontiere meridionali della Siria. All’inizio di Luglio il regime di Damasco conclude un accordo per la resa di una trentina di villaggi nel governatorato di Daraa. La città stessa torna ad essere sotto il controllo delle truppe di Assad.

Con l’inizio del mese di Settembre, l’esercito governativo si schiera in vista di un attacco contro la sacca di Idlib, ultima roccaforte della resistenza contro il regime. Vi si trovano intrappolate circa tre milioni di persone, spesso in condizioni difficili.

Avvengono diversi scontri e interviene in supporto anche l’aviazione russa. La presenza di numerose postazioni di controllo turche impedisce operazioni su larga scala e rende delle trattative obbligatorie.

Il 7 Settembre si svolge a Tehran un incontro tra Putin, il presidente iraniano Rohani e quello turco Erdogan, che si conclude senza risultati apparenti.

Dieci giorni dopo, si rivedono a Sochi Putin ed Erdogan. Sotto la spinta di Ankara, la Russia decide di sospendere le operazioni militari contro Idlib e di istituire una zona smilitarizzata di una ventina di chilometri. Verrà posta sotto il controllo di una presenza coordinata di contingenti russi e turchi. Finora la tregua ha retto.

Putin si è mostrato flessibile dato che se vi era un fronte caldo, quello era la Siria.

Il presidente Erdogan ha espresso degli argomenti seri che hanno incluso anche il problema dei profughi che sarebbe inevitabilmente seguito ad un attacco contro Idlib. Ne sarebbe derivata una vasta crisi umanitaria che non avrebbe fatto bene a nessuno. Ha anche ricordato che già oggi vi sono nel suo Paese circa tre milioni di rifugiati siriani.

Quest’incontro è stata una vittoria anche per Putin, che si è mostrato uomo di pace ed ha contribuito a far calare la tensione. Intelligentemente ha cancellato l’offensiva e si è accordato per la costituzione della zona smilitarizzata.

Sempre molto attivo, il presidente Erdogan ha poi convocato ad Ankara Macron, Putin e la Merkel. Significativa l’assenza di Londra, la cui presenza nella regione non manca di precedenti storici. L’Italia non c’è. Se non si sta attenti, si rimarrà esclusi dalle partite più importanti: la Farnesina dovrebbe riflettere.

In questo momento, Stati Uniti, Russia e Turchia hanno tutti le loro pedine sul campo.

Putin si prepara all’incontro di Parigi e sta lanciando dei segnali: Trump sa bene che per controllare il presidente siriano e l’Iran gli occorre una garanzia di Mosca. Un accordo tra i leader delle due grandi potenze avrebbe anche il vantaggio di garantire Israele nei confronti dell’Iran, la cui presenza armata in Siria è vista con preoccupazione dallo Stato Ebraico.

Washington sa bene che se vuole ridimensionare l’influenza dell’Iran a livello regionale gli è necessaria la sponda di Mosca.

Il presidente russo ha bisogno a sua volta di un accordo che porti all’abolizione delle costose sanzioni economiche e finanziarie che danneggiano l’economia del suo paese. Quest’intesa gli consentirebbe inoltre anche il rientro nella comunità internazionale e confermerebbe il rinnovato ruolo globale di Mosca.

La Russia potrà così giocare la sua partita da grande potenza aiutando un’altra grande potenza.

A farla breve, per riemergere internazionalmente ed uscire dal regime delle sanzioni, Putin ha bisogno di accordarsi con Washington. A sua volta, per staccarsi dai centri di crisi e riportare a casa i suoi soldati, al presidente Trump serve un’intesa con il Cremlino. Per gli Stati Uniti, gli impegni militari nei vari centri di crisi sono una palla al piede: senza l’aiuto di Mosca sarà loro difficile sganciarsi.

Putin ha dunque da chiedere qualcosa a Trump e Trump a Putin.

Prima di sistemare la Siria ci vorranno probabilmente un altro paio d’anni ed il presidente Assad, più che un problema, potrebbe diventare un’arma di negoziato: è poco probabile che per quest’ultimo la Russia sia disposta a giocarsi la possibilità di un accordo con gli americani.

Se l’incontro avuto ad Helsinki non ha dato i suoi frutti, quello di Parigi potrebbe essere molto importante. Non servirebbe a sistemare le cose sul momento, sarà un incontro interlocutorio nel quale i problemi verranno posti sul tavolo per essere elaborati in una fase successiva.

Per concludere, sia per la Libia che per la Siria, l’attuale situazione non può andare avanti: vanno pacificate ed è urgente giungere ad una visione comune.

Malgrado le due risoluzioni del Consiglio di Sicurezza approvate all’unanimità nel Dicembre del 2015, resta ancora molto lavoro da fare. E’ comunque importante tornare a questi documenti perché di fatto un accordo già c’è. Basta non dimenticarselo. Qualunque cosa si voglia dire, i rapporti tra Washington e Mosca sono ancora legati a queste risoluzioni.

Per evidenziarlo, concludiamo il testo con la presentazione di entrambe queste risoluzioni: la n. 2254 del 18 Dicembre del 2015 riguardante la Siria e quella n. 2214 sulla Libia, del 22 Dicembre 2015.

La prima risoluzione

Risoluzione ONU 2254 – 2015

(SIRIA)

Il testo completo della Risoluzione 2254 (2015) afferma quanto segue:

“Il Consiglio di Sicurezza, “Richiamando le risoluzioni 2042 (2012), 2043 (2012), 2118 (2013), 2139 (2014), 2165 (2014), 2170 (2014), 2175 (2014), 2178 (2014), 2191 (2014), 2199 (2015), 2235 (2015), e 2249 (2015) e le dichiarazioni presidenziali del 3 agosto 2011 (S/PRST/2011/16), 21 marzo 2012 (S/PRST/2012/6), 5 aprile 2012 (S/PRST/2012/10), 2 ottobre 2013 (S/PRST/2013/15), 24 aprile 2015 (S/PRST/2015/10) e 17 agosto 2015 (S/PRST/2015/15),

“Riaffermando il proprio forte impegno per la sovranità, indipendenza, unità e integrità territoriale della Repubblica Araba di Siria, e per le finalità e i principi della Carta delle Nazioni Unite,

“Esprimendo la propria più seria preoccupazione per le continue sofferenze del popolo siriano, la disastrosa situazione umanitaria in peggioramento, il conflitto in atto e la sua persistente e brutale violenza, l’impatto negativo del terrorismo insieme alla sua ideologia estremista e violenta, l’effetto destabilizzante della crisi sulla regione e al di fuori di essa, incluso il conseguente aumento di terroristi chiamati a combattere in Siria, la distruzione fisica del Paese, il crescente settarismo, e sottolineando che la situazione continuerà a deteriorarsi in assenza di una soluzione politica,

“Ricordando la propria richiesta che ogni parte in causa prenda tutti i provvedimenti adeguati a proteggere i civili, inclusi i membri delle minoranze etniche, religiose e confessionali, e sottolineando che, a questo proposito, la responsabilità primaria di proteggere la propria popolazione spetta alle autorità siriane,

“Reiterando che l’unica soluzione sostenibile alla crisi corrente in Siria è attraverso un processo politico inclusivo e guidato dai Siriani, che incontri le aspirazioni legittime del popolo siriano, nella prospettiva di una piena attuazione del Comunicato di Ginevra del 30 giugno 2012, come confermato dalla risoluzione 2118 (2013), anche attraverso la costituzione di un governo di transizione inclusivo con pieni poteri esecutivi, che sia formato sulle basi del mutuo consenso, assicurando la continuità delle istituzioni governative,

“Incoraggiando, al riguardo, gli sforzi diplomatici del Gruppo di Sostegno Internazionale per la Siria (ISSG) per contribuire a porre un termine al conflitto in Siria,

“Encomiando l’impegno dell’ISSG, come espresso nella Dichiarazione Congiunta sul risultato dei colloqui multilaterali sulla Siria a Vienna del 30 ottobre 2015 e la Dichiarazione dell’ISSG del 14 2 novembre 2015 (di seguito riportati come “Dichiarazioni di Vienna”), per assicurare una transizione politica guidata e controllata dai Siriani, basata interamente sul Comunicato di Ginevra, ed enfatizzando l’urgenza per tutte le parti in Siria di lavorare in modo diligente e costruttivo verso questo obiettivo, “Esortando tutte le parti coinvolte nel processo politico facilitato dall’ONU ad aderire ai principi individuati dall’ISSG, incluso l’impegno per l’unità, l’indipendenza, l’integrità territoriale e il carattere non settario della Siria, per assicurare la continuità delle istituzioni governative, per proteggere i diritti di tutti i Siriani, indipendentemente da etnia o confessione religiosa, e per assicurare l’accesso umanitario in ogni parte del Paese,

“Incoraggiando la partecipazione significativa delle donne al processo politico facilitato dall’ONU,

“Tenendo a mente l’obiettivo di far incontrare il più ampio spettro possibile dell’opposizione, scelto dai Siriani, che decideranno i loro rappresentanti e definiranno le loro posizioni negoziali, in modo da permettere l’avvio del processo politico, prendendo nota degli incontri a Mosca e al Cairo e di altre iniziative con questo scopo, prendendo atto in particolare dell’utilità dell’incontro a Riyadh del 9-11 dicembre 2015, i cui esiti contribuiscono alla preparazione delle trattative per una risoluzione politica del conflitto, sotto gli auspici dell’ONU, in accordo con il Comunicato di Ginevra e le “Dichiarazioni di Vienna”, e attendendo che l’Inviato Speciale del Segretario Generale per la Siria incanali gli sforzi verso questo scopo,

“1. Riconferma la propria approvazione del Comunicato di Ginevra del 30 giugno 2012, approva le “Dichiarazioni di Vienna” per il perseguimento della piena implementazione del Comunicato di Ginevra, come base per una transizione politica guidata e controllata dai Siriani al fine di porre termine al conflitto in Siria, e sottolinea che il popolo siriano deciderà il futuro della Siria;

“2. Richiede al Segretario Generale, attraverso i suoi buoni uffici e gli sforzi del suo Inviato Speciale per la Siria, di convocare i rappresentanti del governo siriano e dell’opposizione affinché si impegnino con la massima urgenza in trattative formali su un processo di transizione politica, con l’obiettivo che per i primi di gennaio 2016 abbiano inizio i negoziati, conformi al Comunicato di Ginevra e coerenti con la

Dichiarazione dell’ISSG del 14 novembre 2015, nella prospettiva di una risoluzione politica e duratura della crisi;

“3. Riconosce il ruolo dell’ISSG come piattaforma centrale necessaria a facilitare gli sforzi delle Nazioni Unite per raggiungere una risoluzione politica duratura in Siria;

“4. Esprime il proprio sostegno, a questo proposito, a un processo politico guidato dai Siriani che sia facilitato dalle Nazioni Unite e che, entro sei mesi, istituisca un governo attendibile, inclusivo, non settario e che stabilisca un programma e un procedimento per redigere una nuova costituzione, e inoltre esprime il proprio sostegno ad elezioni libere e giuste, conformi alla nuova costituzione, che dovranno tenersi entro 18 mesi e amministrate sotto la supervisione delle Nazioni Unite, in modo che siano soddisfacenti per il governo e che siano caratterizzate dai più alti criteri internazionali di trasparenza e affidabilità, con la partecipazione di tutti i Siriani, inclusi i membri della diaspora, come esposto nella Dichiarazione dell’ISSG del 14 novembre 2015; 3

“5. Riconosce lo stretto collegamento tra una tregua e un processo politico parallelo, conformi al Comunicato di Ginevra del 2012, e che entrambe le iniziative dovranno procedere rapidamente e, a questo proposito, esprime il proprio sostegno affinché una tregua a livello nazionale in Siria, la cui attuazione è stata sostenuta e assistita con impegno dall’ISSG, entri in vigore appena i rappresentanti del governo siriano e dell’opposizione avranno mosso i primi passi verso una transizione politica sotto gli auspici dell’ONU, sulle basi del comunicato di Ginevra, come esposto nella Dichiarazione dell’ISSG del 14 novembre 2015, e affinché si attui ciò con la massima urgenza;

“6. Richiede che il Segretario Generale prenda l’iniziativa, attraverso l’ufficio del suo Inviato speciale e in consultazione con le parti interessate, di stabilire le modalità e i requisiti per una tregua e di continuare a pianificare la strategia di gestione del cessate il fuoco e sollecita gli Stati Membri, in particolare i membri dell’ISSG, a sostenere e accelerare tutti gli sforzi volti al raggiungimento della tregua anche attraverso la pressione esercitata su tutte le parti in vista di un accordo e dell’adesione al cessate il fuoco;

“7. Sottolinea il bisogno di monitorare, controllare e riferire sul cessate il fuoco, richiede che il Segretario Generale faccia rapporto sulle opzioni che il Consiglio di Sicurezza può sostenere al fine di permettere il funzionamento di tale meccanismo il prima possibile, non oltre un mese dall’adozione di questa risoluzione ed esorta gli Stati Membri, compresi i membri del Consiglio di Sicurezza, a fornire assistenza anche attraverso contributi in natura e competenze per sostenere tale meccanismo;

“8. Ribadisce la richiesta nella risoluzione 2249 (2015) rivolta agli Stati Membri di prevenire e sopprimere gli atti terroristici commessi nello specifico dallo Stato Islamico in Iraq e nel Levante (ISIL, conosciuto anche come Da’esh), dal Fronte Al-Nusra (ANF) e da tutti gli altri individui, gruppi, attività ed enti associati ad Al-Qaida o all’ISIL e altri gruppi terroristici, come stabilito dal Consiglio di Sicurezza ai sensi della Dichiarazione dell’ISSG del 14 novembre 2015, e di sradicare il rifugio sicuro stabilito in gran parte della Siria e prende atto che il suddetto cessate il fuoco non sarà valido in caso di azioni offensive o difensive contro questi individui, gruppi, attività ed enti come stabilito nella Dichiarazione ISSG del 14 novembre 2015;

“9. Si compiace per gli sforzi condotti dal governo della Giordania nel contribuire allo sviluppo di un’intesa comune, all’interno dell’ISSG, per quanto riguarda il riconoscimento di individui o gruppi terroristi e prenderà rapidamente in considerazione le raccomandazioni da parte dell’ISSG allo scopo di riconoscerli;

“10. Sottolinea la necessità che tutte le parti adottino misure volte ad instaurare fiducia reciproca per realizzare un procedimento politico e una tregua duratura e invita tutti gli stati a fare quanto in loro potere nei confronti del governo e dell’opposizione siriana per promuovere il processo di pace, le misure per rafforzare la fiducia e i progressi verso la tregua;

“11. Richiede che il Segretario Generale riporti al Consiglio, il prima possibile e non oltre un mese dall’adozione di questa risoluzione, su possibili misure di rafforzamento della fiducia; 4

“12. Invita le parti a permettere immediatamente l’accesso libero, rapido e sicuro in tutta la Siria alle agenzie umanitarie attraverso le strade più dirette, con effetto immediato, a portare sostegno umanitario a chiunque ne abbia bisogno, in particolare in tutte le aree assediate e difficili da raggiungere, e a liberare tutte le persone illegalmente detenute, soprattutto donne e bambini, invita gli stati dell’ISSG a fare quanto il loro potere per raggiungere questi obiettivi e chiede la piena attuazione delle risoluzioni 2139 (2014), 2165 (2014), 2191 (2014) e di qualsiasi altra risoluzione applicabile;

“13. Chiede che tutte le parti cessino immediatamente ogni attacco contro i civili e gli obiettivi civili, inclusi gli attacchi contro strutture e personale medico, e l’uso indiscriminato di armi compresi gli attacchi d’artiglieria e bombardamenti aerei, accoglie con favore l’impegno dell’ISSG ad esercitare pressione sulle parti al riguardo, e chiede inoltre che tutte le parti rispondano immediatamente agli obblighi derivanti dal diritto internazionale, compresi il diritto umanitario internazionale e i diritti umani a seconda dei casi;

“14. Sottolinea l’imminente necessità di creare le condizioni che permettano il ritorno volontario e sicuro dei rifugiati e degli sfollati nelle regioni di origine e il recupero delle aree colpite, in accordo con il diritto internazionale, comprese le pertinenti disposizioni della Convenzione e del Protocollo relativi allo Status dei Rifugiati e tenendo conto degli interessi di questi Paesi nell’ospitarli, desidera che gli Stati Membri forniscano assistenza a tale proposito, attende con interesse la Conferenza sulla Siria che si terrà a Londra nel febbraio 2016, organizzata da Regno Unito, Germania, Kuwait, Norvegia e Nazioni Unite come un importante contributo a questo sforzo, ed esprime inoltre il proprio supporto alla ricostruzione post conflitto e alla riabilitazione della Siria;

“15. Richiede che il Segretario Generale faccia rapporto entro 60 giorni al Consiglio di Sicurezza sull’attuazione di questa risoluzione e sullo stato di avanzamento del processo politico indetto dall’ONU;

“16. Decide di continuare a occuparsi della questione.”

La seconda risoluzione

Risoluzione ONU 2259 – 2015

(LIBIA)

Il Consiglio di Sicurezza, Richiamandosi alla Risoluzione 1970 (2010) e a tutte le successive Risoluzioni sulla Libia; Riaffermando il suo deciso impegno a garantire la sovranità, l’indipendenza, l’integrità territoriale e l’unità nazionale della Libia; Rivolgendosi a tutti i gruppi che rappresentano parte nel conflitto armato a prendere le appropriate misure per proteggere la popolazione civile, facendo richiamo a tutti coloro che rappresentano parte nel conflitto armato a rispettare rigorosamente ogni obbligo a loro ascrivibile riguardo le leggi internazionali a tutela delle persone, i diritti umani e le leggi sui rifugiati;

Dando il benvenuto agli sforzi della Missione di Supporto delle Nazioni Unite in Libia (UNSMIL) e del Rappresentate Speciale del Segretario Generale per facilitare una soluzione politica a guida libica atta a risolvere le crisi politiche, di sicurezza, economiche e istituzionali che affliggono il Paese, incluso il passaggio alla formazione di un Governo di Accordo Nazionale; Dando il benvenuto alla sigla, avvenuta il 17 Dicembre 2015, dell’Accordo Politico Libico di Skhirat, Marocco, per

una facilitazione a guida ONU del dialogo politico, sottoscritta dalla maggioranza dei delegati libici e sottoscritta da un vasto numero di rappresentanti della società libica, di leader municipali e di Capi di partito, riconoscendo il contributo degli Stati membri nell’ospitare e supportare tale occasione di dialogo, inclusi tra questi i Paesi dell’area e il Regno del Marocco in particolare per i suoi sforzi nel portare avanti l’Accordo, compreso quello di ospitare il Dialogo Politico Libico;

Riconoscendo l’importanza dell’Accordo Politico in Libia e prendendo nota della lettera diffusa come documento S/2015/1018; Incoraggiando con forza a tale riguardo tutte le parti presenti in Libia a fare propria l’opportunità storica ed esserne parte, oltre ad impegnarsi in maniera costruttiva con l’Accordo, nel giusto spirito e con un’attiva volontà politica; Riconoscendo la necessità di un piano di assistenza per un Governo di Accordo Nazionale e di operazioni atte a garantire la sicurezza e ricordando che gli Stati membri presenti alla Conferenza di Roma del 13 Dicembre 2015 hanno sottolineato il loro impegno a garantire assistenza in campo tecnico, economico, della sicurezza e dell’antiterrorismo; Esprimendo preoccupazione riguardo la grave situazione umanitaria in Libia e incoraggiando gli Stati membri ad attenersi altruisticamente al Piano Umanitario di Risposta per la Libia per il 2016;

Dando il benvenuto agli sforzi effettuati da tutti i partecipanti al Dialogo Politico Libico a guida ONU e a tutte le altre iniziative intraprese per un percorso di pace, incluso il contributo della società civile, dei leader tribali, gli impegni per i cessate il fuoco locali, lo scambio di prigioniere e il rientro degli sfollati;

Sollecitando la completa, equa ed effettiva partecipazione delle donne in tutte le attività connesse ad una transizione democratica, ad una soluzione del conflitto e all’edificazione della pace in linea con le relative Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza, incluse le Risoluzioni 1325 (2000), 2122 (2013) e 2242 (2015) e, a tale riguardo, accogliendo l’iniziativa dalle Nazioni Unite atta a facilitare la partecipazione delle donne agli incontri posti nel contesto del Dialogo Politico;

Richiamando la Risoluzione 2214 (2015) e condannando gli atti di terrorismo perpetrati in Libia da quei gruppi che hanno proclamato la loro alleanza con lo Stato Islamico in Iraq e nel Levante (ISIL anche conosciuto come Da’esh) inclusi quelli commessi da gruppi individuali, collegati e dalle entità designate come associate con ISIL o Al-Qaida dal Comitato di Sanzioni per ISIL (Da’esh) e Al-Qaida (il Comitato) 1276/1989/2253 e reiterando, inoltre, 250 AFFARI ESTERI LE NAZIONI UNITE E LA LIBIA 251 grande preoccupazione per la loro presenza, per l’ideologia violenta ed estremista e per le loro azioni sanguinarie in Libia, nei Paesi confinanti e in tutta la regione;

Riaffermando, in accordo con la Carta delle Nazioni Unite e con le leggi internazionali, inclusi i diritti umani internazionali applicabili, le leggi umanitarie e i diritti dei rifugiati, la necessità di combattere in tutti i modi ogni minaccia alla pace tra le nazioni e alla sicurezza portata da azioni terroristiche, comprese quelle commesse dai gruppi che hanno proclamato la loro alleanza all’ISIS in Libia e riaffermando a riguardo gli obblighi scaturiti dalla Risoluzione 2253 (2015) e sollecitanti tutti gli Stati membri a cooperare attivamente in questo con il Governo di Unità Nazionale e a garantire supporto ove richiesto;

Condannando ogni iniziativa nel commercio diretto o indiretto, in particolare quello di petrolio e prodotti petroliferi, moduli per raffinerie e materiale correlato, inclusi prodotti chimici e lubrificanti, con l’ISIL e altri gruppi separati, collegati e entità designate come associate all’ISIL o Al-Qaida dal Comitato e ribadendo che tali iniziative possono costituire supporto per quei gruppi, individui, associati e entità e condurre ad ulteriori iscrizioni nella lista stilata dal Comitato;

Esprimendo la propria preoccupazione riguardo il problema del contrabbando di prodotti petroliferi dalla Libia e facendo appello agli Stati membri a cooperare con il Governo di Accordo Nazionale; Reiterando la propria grave preoccupazione riguardo il proliferare del contrabbando di migranti e la messa a rischio delle vite umane nel Mar Mediterraneo causato dal medesimo, in particolare da quello proveniente dalle coste libiche e quello da e verso il territorio Libico, richiamando in merito la Risoluzione 2240 (2015) nella quale si condanna ogni pratica di contrabbando di migranti e traffico di persone all’interno, attraverso, proveniente dal territorio libico e a partire dalle coste della Libia e sollecitando tutti gli Stati membri a cooperare con il Governo di Accordo Nazionale per affrontare la questione;

Riaffermando la decisione, presa con la Risoluzione 1970 (2011) di sottoporre la situazione in Libia al Giudice per la Corte 252 Criminale Internazionale e affermando l’importanza della piena cooperazione garantita dal Governo di Accordo Nazionale verso la Corte Criminale Internazionale ed il suo Giudice; Esprimendo profonda preoccupazione per la minaccia portata dalla mancata messa in sicurezza di armi e munizioni presenti in Libia e per il loro proliferare, per come tutto ciò sia una minaccia per la stabilità in Libia nella regione e includa il passaggio di tali armi nelle mani di terroristi e gruppi di estremisti violenti, sottolineando per risolvere tale questione l’importanza di un supporto al Governo di Accordo Nazionale e ai Paesi della regione coordinato a livello internazionale;

Riaffermando, inoltre, che l’embargo alle armi, il divieto di espatrio, il congelamento dei beni e le misure riguardanti l’esportazione illegale di petrolio imposto e

modificato dalle Risoluzioni 1970 (2011), 1973 (2011), 2009 (2011), 2040 (2012), 2095 (2013), 2144 (2014) 2146 (2014), 2174 (2014), 2213 (2015) (le Misure), e che il mandato attribuito al Pannello degli Esperti stabilito dal paragrafo 24 della Risoluzione 1973 (2011) e modificato dalla Risoluzione 2040 (2012), 2154 (2014) e 2174 (2014) sono stati estesi al 30 Aprile 2016 con la Risoluzione 2213 (2015);

Incoraggiando il Governo di Accordo Nazionale a mettere in pratica le misure necessarie per aumentare la trasparenza circa le entrate governative, le spese, inclusi i salari e i sussidi e altri trasferimenti di denaro dalla Banca Centrale Libica al fine di assicurare la sostenibilità a lungo termine delle risorse finanziarie della Libia;

Esprimendo preoccupazione riguardo le attività che possono danneggiare l’integrità e l’unità delle istituzioni finanziare dello Stato Libico e della National Oil Company, sottolineando come mantenere in funzione queste strutture sia di beneficio essenziale per tutti i libici e accentuando il bisogno per il Governo di Accordo Nazionale di esercitare, quale questione d’urgenza, unica ed esclusiva opera di supervisione sulla National Oil Company, sulla Banca Centrale di Libia e sull’Autorità per gli Investimenti in Libia, senza pregiudiziali rispetto gli accordi costituzionali che faranno seguito all’Accordo Politico in Libia;

Enfatizzando la necessità per tutte le parti di adempiere agli obblighi riguardo le leggi umanitarie internazionali e rispettare i principi guida delle Nazioni Unite riguardo l’assistenza alle emergenze umanitarie; Richiamando la propria determinazione alla Risoluzione 2238 (2015) giacché la situazione in Libia costituisce minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale:

1. Da il benvenuto alla sigla dell’Accordo, il 17 Dicembre 2015, di Skhiat, Marocco per la formazione di un Governo di Accordo Nazionale, consistente in una Presidenza del Consiglio e in un Gabinetto supportati da altre istituzioni di Stato, incluse una Camera dei Rappresentanti e un Consiglio di Stato;

2. Dà il benvenuto alla formazione di una Presidenza del Consiglio e a questa fa appello affinché, nell’arco dei trenta giorni fissati dall’Accordo Politico Libico, lavori alacremente per formare un Governo di Accordo Nazionale e, ad interim, per portare a termine le misure di sicurezza necessarie per stabilizzare la Libia. In favore di ciò fa appello agli Stati membri di agevolare con urgenza le sue richieste di assistenza;

3. Appoggia il Comunicato di Roma del 13 Dicembre 2015 che afferma il Governo di Accordo Nazionale quale unico Governo legittimo della Libia, sottolineando che un Governo di Accordo Nazionale, la cui sede andrebbe

posta a Tripoli, è urgente e necessario per provvedere la Libia dei mezzi essenziali a preservarne il Governo, a promuoverne la stabilità e lo sviluppo economico e in ciò esprime la sua determinazione a sostenere il Governo di Accordo Nazionale;

4. Richiede che tutti gli Stati membri sostengano appieno lo sforzo del Rappresentante Speciale del Segretario Generale e che operino con le autorità libiche e con l’UNSMIL nell’esercizio di un pacchetto di aiuti coordinato, al fine di garantire efficienza al Governo di Accordo Nazionale, in linea con le priorità della Libia e in risposta a richieste di assistenza;

5. Fa appello agli Stati membri, particolar modo a quelli della regione, affinché continuino a sollecitare tutte le parti in Libia ad interagire in maniera costruttiva con il Governo di Accordo Nazionale e con tutte le altre istituzioni, compreso l’Accordo Politico Libico. Fa appello agli Stati membri di cessare il supporto e i contatti ufficiali con istituzioni parallele che rivendicano il ruolo di autorità legittime, ma che sono fuori dell’Accordo così come specificato nel medesimo;

6. Fa appello a tutti gli Stati membri a rispondere con urgenza alle richieste di assistenza del Governo di Accordo Nazionale per la messa in atto dell’Accordo Politico Libico;

7. Reitera il suo supporto alle decisioni in essere prese dall’ONU facilitanti il percorso di garanzia nel dialogo politico per portare a termine tutti gli accordi relativi alla sicurezza e sollecita le milizie esistenti e i gruppi armati a rispettare l’autorità del Governo di Accordo Nazionale e delle sue strutture di comando;

8. Enfatizza l’importanza del Governo di Accordo Nazionale nell’esercitare il controllo e, assieme al supporto della comunità internazionale, nel mettere in condizioni di sicurezza gli armamenti presenti in Libia;

9. Fa appello al Governo di Unità Nazionale affinché difenda l’integrità e l’unità della National Oil Company, della Banca Centrale di Libia e dell’Autorità per gli Investimenti in Libia e fa appello a queste istituzioni, affinché accettino l’autorità del Governo di Accordo Nazionale;

10. Conferma che coloro i quali, siano essi individui o entità, si adoperano a favore o garantiscono supporto ad azioni che minacciano la pace, la stabilità o la sicurezza in Libia, o che impediscono o minano il compiersi con successo della transizione politica verso una Libia stabile, sicura e prospera sotto il

Governo di Accordo Nazionale devono essere rigorosamente considerati responsabili e, al riguardo, richiama al divieto di spostamento e al congelamento dei beni, misure riconfermate nel paragrafo 11 della Risoluzione 2013 (2015);

11. Richiede che il Comitato sia disposto a formare una lista di individui, gruppi, imprese e qualsiasi entità considerata associata con Al-Qaida o ISIL in Libia;

12. Sollecita gli Stati membri ad assistere tempestivamente il Governo di Accordo Nazionale nel rispondere alle minacce della sicurezza in Libia e a supportare attivamente il nuovo Governo per sconfiggere, sotto sua richiesta, l’ISIL, i gruppi che hanno proclamato alleanza all’ISIL, Ansar Al Sharia e tutti gli altri individui, i gruppi, le imprese e le entità associate con Al-Qaida in Libia;

13. Fa appello al Governo di Accordo Nazionale nel promuovere e proteggere i diritti umani di tutte le persone presenti nel suo territorio e soggette alla sua giurisdizione, incluse le donne, i bambini e tutte le persone che appartengono a gruppi vulnerabili e di adempiere ai suoi obblighi all’interno delle leggi internazionali;

14. Fa appello al Governo di Accordo Nazionale a considerare responsabili coloro i quali si macchiano di violazioni delle leggi internazionali riguardo il trattamento umanitario e di violazioni dei diritti umani o abusi, inclusi quelli relativi alle violenze sessuali, a cooperare pienamente e a provvedere qualsiasi assistenza necessaria alla Corte Internazionale Criminale e al Giudice Supremo come richiesto nella Risoluzione 1970 (2011) e richiamato nella Risoluzione 2238 (2015);

15. Richiama alla Risoluzione 2240 (2015) e sollecita gli Stati membri a cooperare con il Governo di Accordo Nazionale e tra loro stessi includendo in questo la condivisione delle informazioni riguardo atti di contrabbando di migranti e traffico di uomini nelle acque territoriali Libiche e in alto mare fuori dalle coste libiche. Sollecita, in accordo con le leggi internazionali, ad offrire assistenza ai migranti e alle vittime del traffico di uomini salvate in mare;

16. Richiede che il Segretario Generale continui a mantenere la necessaria flessibilità e la duttilità per conformare il personale UNSMIL e le sue operazioni a breve scadenza al fine di supportare, com’è appropriato e in linea con il suo mandato, il realizzarsi in Libia di accordi e misure atte a costruire un rapporto di fiducia o in replica a formale necessità. Richiede, inoltre, al

Segretario Generale di tenere informato il Consiglio di Sicurezza dei rapporti prioritari per qualsiasi modifica;

17. Afferma la sua disponibilità a rivedere la giustezza delle misure, incluso il rafforzamento, la modifica, la sospensione o il rafforzamento delle misure stesse e afferma la sua disponibilità a rivedere il mandato UNSIMIL come alla luce di sviluppi in Libia possa divenire in ogni momento necessario, in modo particolare, quale risultato del dialogo facilitato dalle Nazioni Unite;

18. Fa appello a tutte le parti a cooperare integralmente con le attività dell’UNSMIL, incluso permettere il suo libero interscambio con ogni interlocutore e a intraprendere le misure necessarie per assicurarne la sicurezza così come la libertà di movimento e la tempestiva interazione con personale associato alle Nazioni Unite;

19. Richiede che il Segretario Generale faccia rapporto al Consiglio di Sicurezza riguardo l’appropriata messa in opera dell’Accordo Politico Libico, inclusi gli atti che possono scongiurare o prevenire la sua attuazione;

20. Decide di rimanere atti