Sempre sicuro di sé stesso, Donald Trump aveva sfidato la Harris proponendole una serie di tre dibattiti televisivi su altrettante emittenti. Dopo qualche discussione si era finalmente trovato un accordo: vi sarebbe stato un dibattito e si sarebbe svolto il 10 Settembre.
Premessa
Nel testo precedente avevamo lasciato la vicepresidente alla fine della Convenzione di Chicago che per lei è stata un travolgente successo: le ha consentito di uscire dall’ombra di Biden, mettersi più in vista e meglio definirsi di fronte al partito. Travolta dall’entusiasmo dei Democratici, è riuscita a dissipare i dubbi sulla sua persona e raccogliere finanziamenti record tali da superare notevolmente quelli del proprio avversario.
La Convenzione è stata per lei un’occasione molto importante: ha evocato con entusiasmo il ritorno del sogno americano e promesso un domani migliore ai dimenticati d’America. Grande consenso ha ottenuto la scelta del suo vice nella persona di Tim Walz, che è riuscito a completare come meglio non si poteva l’abbinata per la Casa Bianca. Il Partito Democratico ed i grandi media si stavano attivando insieme per creare un personaggio che la nazione potesse accettare.
Per lei adesso, dato il periodo dell’anno, non vi era un minuto da perdere e diventava impellente scendere in campo il prima possibile. Se da un lato la sua carta vincente era la ritrovata unità del partito, consolidata anche dalla scelta del vice giusto, il suo problema più grave dall’altro, era proprio quello della mancanza di tempo. Aveva infatti poco più di due mesi per meglio definirsi agli occhi del popolo americano, dare contenuti ai suoi messaggi e persuadere coloro che non avevano ancora deciso a chi dare il voto: sono ancora molti ad essere in dubbio e devono quindi pensarci.
La battaglia più importante sarà quella per la conquista degli Stati chiave. Malgrado l’entusiasmo della giornata, molti sono ancora gli indecisi soprattutto tra i moderati che lei dovrà ora cercare di rassicurare per portarli nell’alveo del Partito Democratico. Tenendo conto delle tensioni che percorrono il Paese, vi sono forti probabilità che queste decisioni vengano prese negli ultimi giorni della campagna.
Essendo ancora parte dell’amministrazione uscente il suo resta un sentiero tutto sommato stretto. Molte delle argomentazioni si erano basate sull’opposizione a Trump e la necessità di salvare la democrazia: non basta mettere in guardia contro la sua elezione, servirà adesso mettere a punto un programma e definire cosa vorranno fare i Democratici nei prossimi quattro anni.
Il dibattito Trump-Harris: alcune considerazioni e la sorpresa di un secondo attentato
La scelta di Biden: In assenza di una vera e propria campagna elettorale, Kamala Harris nonostante il successo rimane ancora poco conosciuta. È stata scelta da Biden a seguito del disastroso dibattito del 27 Giugno che per via delle pressioni della dirigenza democratica lo ha indotto ad abbandonare la corsa per la Casa Bianca. Se poco prima avesse dichiarato di non voler rinunciare alla presidenza, con una lettera agli americani Biden avrebbe annunciato di dover gettare la spugna.
Il nome della Harris non era subito venuto a galla, tanto che molti opinionisti si domandavano se si sarebbe andati verso una Convenzione aperta. Altri si chiedevano invece se la scelta sarebbe caduta sulla Harris. A fronte di questi interrogativi il presidente Biden annunciava che avrebbe dato il suo appoggio alla Harris e che il candidato sarebbe stata lei. Ma era davvero la persona adatta a rilanciare il partito?
Per saperlo, si sarebbe dovuto attendere l’imminente Convenzione di Chicago con l’arrivo di tutti i delegati. Il quesito era interessante perché in tempi normali lo scopo di una Convenzione è quello di presentare al Paese un candidato già selezionato. Vero che il presidente aveva indicato Kamala Harris, ma di fatto non era stato scelto nessuno.
Superata dunque la Convenzione, la Harris doveva adesso dissipare i dubbi che rimanevano riguardo la sua figura. Da qui l’importanza del dibattito con Trump che sarebbe stato visto da decine di milioni di americani e avrebbe consentito loro di prenderne ulteriormente le misure e conoscerla meglio.
L’avvicinarsi del 10 Settembre: In attesa della giornata del dibattito, la Harris ed il suo vice iniziavano a definire in campagna elettorale i contorni del programma economico e di soccorso alle classi medie. Per lei era importante conservare quel vantaggio ottenuto a Chicago fino alla giornata del dibattito: si trattava di convincere gli elettori non solo a votare per lei, ma anche a recarsi alle urne. La Convenzione non aveva tutto sommato alterato i sondaggi in modo significativo ed i due avversari erano ancora testa a testa. Si stava profilando una campagna che non sarebbe stata né facile e né indolore.
Il dibattito televisivo sarebbe stato forse il momento più importante per lei, in quanto si sarebbe dovuta rivelare e mostrare di che pasta era fatta. Dal lato repubblicano vi era fiducia sulle abilità di Trump che, come uomo di spettacolo, era avvezzo agli show televisivi. Questo lo aveva dimostrato nel dibattito con la Clinton, dove era emerso il pericolo di sottovalutare la sua capacità di mentire. Sarà in questa occasione compito della Harris di sbugiardarlo e coglierlo con le mani nel sacco.
In questa grande attesa i due rivali si stavano preparando. Per Kamala Harris sarebbe stata l’occasione di emergere e per Trump, forse, l’ultima chance. Questo è tanto vero che nulla è stato lasciato al caso e che ogni aspetto del dibattito è stato discusso nei minimi particolari. L’evento era atteso soprattutto negli Stati chiave per il motivo che negli Stati Uniti non vince chi prende più voti, ma chi si impone negli Stati che contano. Questa sarebbe stata con tutta probabilità la prima e l’ultima volta che i due avversari avrebbero avuto occasione di misurarsi in un dibattito.
La Harris, che aveva capito l’importanza dell’evento, si stava preparando con diligenza e grande impegno: sapeva bene che il presidente Biden era stato costretto a dimettersi a seguito del dibattito con Trump e ancora meglio sapeva che non tutti erano pronti ad eleggere una donna. Avrebbe dovuto perciò mettere tutta sé stessa per riuscire ad imporsi: rispetto al suo avversario lo sforzo doveva essere ben maggiore. Questa era la sua occasione per presentarsi alla nazione. Dal lato di Trump trasparivano invece notizie che se la stava prendendo con più calma, forse proprio per il trionfo su Biden.
Entrambi gli avversari sapevano che ben oltre 50 milioni di americani avrebbero seguito il dibattito in televisione e che molti altri ne avrebbero visto degli estratti sul web e i social media. In molti bar di Washington ed altre città si stavano organizzando dei cosiddetti “debate parties”. Ad affrontarsi saranno due Americhe e come già accennato, è soprattutto sugli indecisi che si giocherà la partita.
A sorpresa, giungeva la notizia che due incalliti repubblicani come Dick Cheney e sua figlia Liz avevano dichiarato di compiere il salto e votare per Kamala Harris convinti della pericolosità di Trump. Possiamo a questo punto dire che l’età è dalla parte della Harris, avendo di fronte un Trump al tramonto della sua vita politica con in più evidenti problemi cognitivi: dalla sua però un programma che continua a raccogliere l’adesione di milioni di americani.
Il dibattito: Svoltosi nella serata di martedì 10 Settembre, il dibattito ha toccato i seguenti temi: aborto, economia, immigrazione, guerra in Medio Oriente e conflitto in Ucraina. A questi si sono aggiunti anche le vicende legali di Trump e le debolezze della Harris nei suoi quasi quattro anni come vice di Biden.
Su questi argomenti Kamala Harris e Donald Trump si sono affrontati per 105 minuti, alternandosi in interventi da due minuti ciascuno e contro-repliche. Per evitare che l’uno interrompesse l’altro mentre parlava, era stata imposta la regola del microfono spento per chi non stava parlando.
Trump ha avuto indubbiamente la peggio, ma non si è trattato per lui di uno scacco decisivo, dato che conserva ancora intatto lo zoccolo duro della sua base elettorale.
Come da copione, egli si è dichiarato vincitore pur sostenendo che si sia trattato di un dibattito a tre contro uno, riferendosi alle correzioni apportate dai giornalisti nel corso dei suoi interventi. A più riprese ne avevano infatti contestato le affermazioni, come per esempio nel caso dell’aborto, dei pranzi a base di cani e gatti degli immigrati haitiani ed altre notizie palesemente false. In tutto sono state rilevate 30 dichiarazioni non veritiere.
In conclusione, si è ritenuto soddisfatto della sua prestazione affermando di esserne uscito bene e che si è trattato del suo miglior dibattito. Se tuttavia nel confronto con Biden del 26 Giugno egli aveva raccolto il 67% dei consensi contro il 33% del presidente, stavolta a prevalere è stata la Harris, alla quale è stato dato il 63% delle preferenze contro il 37% di Trump. Un altro sondaggio risultava invece leggermente più favorevole, con il 55% che lo ha considerato più convincente su economia ed immigrazione.
La Harris nei suoi interventi si è mostrata solida, efficace, concreta ed alla fine ha avuto la meglio: è risultata più chiara e persuasiva del suo avversario, che è stato messo alle corde e si è andato perdendo in dubbie spiegazioni e teorie complottiste. Sapeva che Trump non sarebbe stato un avversario facile da affrontare per la sua indifferenza, se non quasi disprezzo, nei confronti della realtà e dei fatti concreti. Egli comunque rimaneva sempre uguale a sé stesso e finiva col non rappresentare più una sorpresa. Nessuno dei due contendenti ha voluto approfondire la questione della diffusione delle armi. È un tema che scotta non solo perché vi è chi è contrario, ma anche, e soprattutto, per il potere della National Rifle Association, che visto il gran numero dei suoi membri ha notevoli capacità di influenzare il voto.
Nel corso del dibattito aveva descritto Trump come un pericolo per gli Stati Uniti e la democrazia, che avrebbe diviso il paese sulle questioni razziali e che non rispettava i diritti delle donne sulla questione dell’aborto. Ha esortato di guardare al futuro e riguardo la bravata di Trump su Putin, ha risposto che il presidente russo se lo sarebbe mangiato in un boccone. Sui temi economici ha finito col risultare vaga e indefinita
Riguardo le questioni internazionali è apparso subito evidente come i due rivali non fossero sulla stessa lunghezza d’onda sulla guerra in Ucraina e le vicende di Gaza. Iniziando con la prima, egli si è vantato di essere disponibile a far la pace in due giorni: appellandosi alla sua amicizia con Orban, ha dichiarato che lo avrebbe aiutato e che alla fine Putin a lui dà retta. Ha voluto concludere affermando “Io sono rispettato: dov’è Biden?”. Sulla questione di Gaza si è detto sicuro che in caso di vittoria della Harris Israele sarebbe scomparso in due anni. È stato a dir poco ambiguo quando si è trattato di parlare di pace.
Ergendosi a portavoce dei sentimenti dell’America profonda, Trump è del tutto consapevole che riguardo l’Ucraina gran parte della gente prova un senso di stanchezza e di distacco nel portare avanti e prolungarsi di questo conflitto. Su Israele serve ricordare che parte del suo zoccolo duro elettorale è formato dagli Evangelisti e dai nazionalisti religiosi. In maggioranza sostengono attivamente lo Stato Ebraico per contribuire alla restaurazione profetica della terra di Israele rendendola fruttuosa. È loro scopo prendersi cura del popolo eletto seguendo la profezia biblica nella quale “Tutte le nazioni saranno benedette se Israele lo è per Dio”.
Sostengono la colonizzazione dei territori occupati di Cisgiordania come cuore storico e spirituale dello Stato di Israele, alla quale è da aggiungersi la prospettiva messianica secondo cui il ritorno di tutti gli Ebrei in terra di Israele annuncerà il ritorno del Messia, Gesù Cristo e l’istituzione del Regno di Dio sulla terra per mille anni. Inutile dire l’importanza che il premier Netanyahu accorda a questi cristiani conservatori. Data la crescente importanza negli Stati Uniti di questi gruppi religiosi, Trump per raccoglierne i voti non può che mostrarsi favorevole alla causa di Israele e vicino a Netanyahu.
Kamala Harris ribattendo alle prodezze di Trump in politica estera ha risposto che in Europa sono contenti che non sia lui ad essere alla Casa Bianca. Lo ha poi accusato di voler abbandonare l’Ucraina: “Putin ti si mangia”, ha concluso. Parlando di valori, ha dichiarato che per via di quello che sono e rappresentano gli Stati Uniti nessuno vuole emigrare in Russia, Cina, Iran e Corea del Nord.
Tenendo a mente che nello Stato chiave della Pennsylvania vi sono almeno 600 mila polacchi e che numerose comunità dell’Europa dell’Est sono presenti anche negli Stati cruciali del Michigan e del Wisconsin, ha voluto sottolineare l’importanza del tema ucraino. Sul Medio Oriente ha compiuto una deviazione dichiarando che in qualche modo avrebbe ricalibrato la politica americana riguardo Israele e che sarebbe stata favorevole alla soluzione dei due Stati. Molto importante per lei trovare la via per un accordo che possa chiudere la crisi.
Come scritto in un precedente articolo, quello dei palestinesi è un grosso problema per lei e il suo partito, che sulla questione si trova spaccato. In vista delle elezioni non può non porsi la domanda di come voteranno musulmani ed ebrei: ad essere in ballo le sue possibilità di vittoria. La comunità musulmana del paese è la più varia al mondo: al suo interno si trovano neri, asiatici, bianchi e solo il 14% è composto da arabi. Sono però tutti schierati in favore della causa palestinese. Lo stesso più dirsi per un certo numero di giovani e parte della comunità universitaria. A confermarlo, le numerose manifestazioni che si sono svolte attraverso il paese, fino alla Convenzione di Chicago e ai cancelli della Casa Bianca.
Diversa, soprattutto nelle opinioni, è anche la comunità ebraica che in passato si era sempre schierata a gran maggioranza in favore dei Democratici. Quest’appoggio oggi non può più dirsi garantito. Vi sono molti dubbi che la percorrono al suo interno e per l’elettore ebreo le vicende attuali rappresentano un tasto dolente. Malgrado gli interrogativi, è mia opinione personale che alla fine la sua maggioranza finirà con lo schierarsi in favore della Harris. Molti giovani Democratici esitano tutt’ora e le sue dichiarazioni qualche dubbio lo fanno sorgere. Dovrà dunque persuadere la sua base di giovani elettori il cui appoggio resta a volte incerto: più degli adulti sono infatti sensibili alle vicende di Gaza e maggiormente proni a criticare Israele.
A parte qualche dichiarazione generale non particolarmente approfondita, non si conosce ancora molto della politica estera dei due avversari.
Per ridare slancio alla sua campagna elettorale, Trump aveva deciso di attaccare la Harris mettendo l’accento sui temi dell’economia e dell’immigrazione. Partendo da questo punto ha voluto insistere su ciò che egli riteneva fosse meglio per gli americani: forti bordate, dunque, sulla situazione economica che vede tante famiglie in difficoltà e l’inflazione che impoverisce molti cittadini. Ha avuto cura di sottolineare come in questi ultimi anni i Democratici abbiano fatto salire i prezzi alle stelle in quanto responsabili della “peggior inflazione della storia americana”.
Attaccando l’aborto ha lanciato un’offensiva contro le donne, alla quale la Harris ha risposto a dovere. Denunciando il fallimento della politica sull’immigrazione del Partito Democratico di cui la riteneva responsabile, si è lanciato in una filippica che lo ha portato a raccontare l’inverosimile storia degli haitiani che mangiavano i cani ed i gatti sottratti ai loro padroni. A farla breve, è risultato più aggressivo e violento della sua avversaria ripetendo essenzialmente ciò che andava dicendo da anni. A sentirlo parlare di ordine, giustizia e criminalità vi è, a pensarci, una certa ironia dato che più che nello Studio Ovale il suo posto dovrebbe essere sul banco degli imputati in un’aula di giustizia.
Reazioni a seguito del dibattito: A Washington la maggioranza degli analisti ha dato la vittoria alla Harris che è riuscita indiscutibilmente a dominare il dibattito, cosa che le avrebbe dato una spinta di fronte ai moderati e agli indecisi. Davanti a qualcosa come 70 milioni di americani incollati alla tv per non perdersi un momento del confronto, è riuscita a descrivere il suo avversario come un pericolo per il paese e per la democrazia. Trump avrebbe dovuto mostrarsi disciplinato e razionale, cosa che non gli è riuscita molto bene, mentre lei è stata capace di frenare il suo avversario riuscendo dunque a dimostrarsi più e meglio preparata: per lei la posta in gioco era più alta e ne è uscita tutto sommato bene.
Positiva anche la notizia dell’appoggio della popstar Taylor Swift: ha dichiarato di essersi informata a fondo al punto di convincersi che il candidato migliore fosse Kamala Harris. Benché abbia su Instagram qualcosa come 280 milioni di followers, ciò non sarà sufficiente ad indirizzare le opinioni. Con l’influenza che ha però sui giovani, generalmente poco propensi a votare, potrebbe persuaderne un certo numero a recarsi alle urne in favore della Harris: qualunque l’esito, il suo appoggio è riuscito a generare interesse in lei.
A sostenere Trump è invece Elon Musk, che con lui ha unito le sue sorti. Anche il miliardario ha un suo seguito e si è precipitato a definire Taylor Swift una “gattara”. Anche in questo caso non penso l’uscita del personaggio possa orientare in modo significativo l’esito di queste elezioni.
Qualunque cosa si pensi, credo che i 90 minuti di questo dibattito possano essere i più importanti da anni della politica americana. A consentire la vittoria ad uno dei due candidati in un momento come questo possono essere davvero alcune migliaia di voti. Non si è certo trattato dell’elezione, ma la vittoria nel dibattito della Harris in qualche modo ha contribuito ad indebolire Trump. Di riflesso, ha invogliato però l’elettore a darle il voto? Suo marito Douglas Emhoff le ha ricordato che per ora ha solo vinto un dibattito e che la campagna resta ancora tutta aperta.
Nella speranza di una rivincita Trump aveva proposto alla sua rivale un secondo dibattito. Con la faccia tosta che lo distingue, aveva risposto di aver abbondantemente vinto e che era la Harris a pretendere una rivincita. Forte della vittoria, lei ha invece declinato la proposta. Non ve saranno altri. Questa può considerarsi una situazione insolita dato che in tutte le recenti elezioni presidenziali si è sempre assistito a due o tre dibattiti, anche con la partecipazione attiva del pubblico.
Resta comunque la giornata del 1 Ottobre, nella quale si affronteranno i due candidati alla vicepresidenza, Tim Walz e J.D. Vance. Ritengo con tutta probabilità che di tutti i dibattiti questo potrebbe essere il più concreto ed interessante. Aggiungo che se in tempi normali i confronti televisivi tra i vice non avevano fino ad oggi avuto alcun impatto sul risultato finale, in una situazione come quella attuale qualche vantaggio potrebbe però offrirlo.
Un secondo attentato a Trump: Da quel momento gli Stati Uniti si troveranno ad affrontare l’ora della verità, ma le sorprese non erano finite. Nella giornata del 15 Settembre giungeva improvvisa la notizia di un fallito attentato a Trump mentre giocava a golf nel suo circolo di Palm Beach. Individuato da un agente di sicurezza, l’attentatore fuggiva lasciandosi dietro un AK-47 ed un paio di pacchi di munizioni. Individuato grazie alla targa, veniva poco dopo arrestato. Non sembra esservi alcun motivo ideologico, né è chiaro se vi fosse un movente politico. Fino al 2016 l’attentatore risultava un sostenitore di Trump, qualcosa è poi cambiato.
Questo secondo attentato non fa che evidenziare la figura divisiva di Trump e con qualche probabilità potrebbe addirittura far dimenticare il dibattito appena svolto. I sondaggi comunque continuano a far vedere che le percentuali tra i due non cambiano. Trump ha subito accusato il presidente Biden e la Harris di avere alimentato con i loro discorsi la violenza nei suoi confronti. I suoi attentatori – ha aggiunto – sono radicali di sinistra. Sempre molto preso da sé stesso, ha dichiarato poco dopo in Michigan che si spara solo ai presidenti importanti. Si è poi affrettato a lanciare un’ulteriore raccolta fondi per la sua campagna elettorale.
Subito dopo lo sconsiderato gesto, il suo amico Elon Musk aveva postato un tweet nel quale si chiedeva perché mai nessuno avesse provato ad attentare alla vita di Biden o della Harris. Ha dovuto poi rapidamente cancellare il tutto. Vi è a questo punto da chiedersi se mai qualcuno impari qualcosa. Vi è da qualche parte la capacità di trarre una lezione dagli eventi? A parte la facilità di procurarsi delle armi, resta del tutto inedita la faccenda che nello spazio di appena due mesi si siano avuti due attentati contro lo stesso candidato.
Pianificato nel corso di un evento privato e non pubblico, questo gesto non fa che confermare la polarizzazione della campagna elettorale e le divisioni che percorrono la società americana, tanto più gravi perché non solo di natura ideologica, quanto piuttosto identitaria. A contribuirvi, l’indubbia aggressività che si riscontra sui social network.
Come nel caso del primo attentato, riuscirà Trump a lucrare in termini di consensi da quest’ultimo? Ne dubito e resto dell’opinione che la partita sia tutt’ora aperta e continuerà a giocarsi sul convincere gli indecisi ed i moderati: tale è la posta in gioco che chi era persuaso della sua scelta o aveva vedute precise sul paese ha già deciso per chi votare. Il resto si vedrà. Un’ultima domanda da porsi vista la situazione è: quale piega prenderanno le cose dopo le elezioni?
Alcune domande da porsi: In caso di vittoria di Kamala Harris ci si troverebbe di fronte ad un evento storico: non si tratterebbe solo della prima donna ad essere eletta presidente, ma anche la prima di colore. Se venisse sconfitto Trump la domanda cade sul futuro del Partito Repubblicano: in che modo riuscirebbe a ricomporsi e come finirebbe col riconfigurarsi l’opposizione? La sola certezza è che il Paese resterà diviso, tanto che non sono pochi a pensare che queste elezioni non si chiuderanno dopo la data di Martedì 5 Novembre.
Dati i precedenti non è improbabile che in caso di sconfitta Trump, che non è solito cambiare le sue abitudini, potrebbe contestare i risultati elettorali prendendosela in particolare con il voto per posta. Vorrei però sottolineare che il sistema elettorale negli Stati Uniti può reputarsi solido e se perciò i numeri non saranno dalla sua parte, non credo potrà fare più di tanto. Il motivo è che se vi fossero dei rischi nell’affidarsi alla regolarità del voto, una democrazia non potrebbe che ritenersi minacciata.
P.S. Per rendere chiara al lettore la più volte menzionata affermazione che negli Stati Uniti un candidato alla presidenza non vince le elezioni se prende più voti, ma se si impone negli Stati che contano, i cosiddetti “Stati chiave”, quelli che riguardo la loro scelta sono ancora in bilico, oscillano e sono altalenanti.
Il sistema costituzionale americano si comprende partendo dal presupposto di una profonda avversione alla tirannia derivante dalla Guerra di Indipendenza contro il potere della Corona britannica. Da qui la diffidenza verso il potere concentrato nelle mani di una sola persona.
La differenza è che gli Stati Uniti alla loro nascita non volevano un Capo di Stato ereditario come neppure una Camera alta che avesse la stessa caratteristica. Non volevano però neppure sminuire queste istituzioni lasciandole ad una semplice elezione competitiva. Fu dunque presa la decisione che sia il Presidente che il Senato sarebbero stati scelti indirettamente. Il secondo oggi non è più eletto dalle legislature locali, mentre il Presidente invece è ancora scelto da un Collegio Elettorale. Quale significato ha tutto ciò?
Per scartare l’eventualità del potere concentrato in una sola persona, i Padri Fondatori decisero in favore di tutta una serie di contro-poteri, tra questi frequenti elezioni ed un meccanismo elettorale considerato come complesso. E’ anche da tener presente la necessità di persuadere 11 Stati indipendenti a mettersi insieme per formare un’Unione.
Il processo elettorale: Al momento opportuno nei due partiti si fanno avanti i candidati che si sfidano tra loro tramite delle primarie, che servono a determinare il vincitore della contesa. I candidati prescelti a questo punto scendono in campo entrando in campagna elettorale. Nella data stabilita, in questo caso il 5 di Novembre, si va al voto.
Tornando indietro nel tempo e all’epoca degli accordi sottoscritti per costituire l’Unione, vi sono due votazioni:
– quella popolare, che comprende il voto di ogni singolo elettore;
– quella dei Grandi Elettori, in numero di 538. Ad ogni Stato è attribuito almeno un rappresentante ed il numero totale di questi è proporzionale al numero dei suoi abitanti come determinato dal censimento ufficiale. La maggioranza si ottiene quando un candidato ottiene almeno 270 voti. I Grandi Elettori sono tutti espressione dei partiti e vengono designati dagli elettori.
Negli Stati Uniti, sempre per desiderio di equilibrio e garanzia di democrazia, si va alle urne molto spesso. Il ruolo del presidente è quello di rappresentare il potere esecutivo dello Stato. Una volta eletto, il suo mandato dura quattro anni.
Le elezioni di medio termine servono a valutare la metà del percorso del mandato presidenziale e misurare l’umore dell’elettorato. Determinano anche gli equilibri tra i due partiti indicando la composizione del Congresso, ramo legislativo del Governo federale e costituito da due Camere: Senato e Camera dei Rappresentanti. Queste elezioni si svolgono ogni due anni nel martedì che segue il primo lunedì del mese di Novembre del suo biennio iniziale.
Il Senato conta 100 membri. Per venire eletti bisogna avere almeno 30 anni, essere cittadini americani da 9 e risiedere nello Stato. Essendo gli Stati 50, ognuno elegge due senatori. Questo serve a creare un equilibrio tra gli Stati, perché ciascuno è rappresentato dallo stesso numero di senatori.
La Camera dei Rappresentanti è composta da 435 rappresentanti, il cui numero varia a seconda della popolazione di ogni Stato.
Con le elezioni di medio termine, ogni due anni si rinnovano la Camera ed un terzo del Senato. Quest’ultimo viene completamente rinnovato ogni sei anni ed in caso di pareggio il voto determinante è quello del vicepresidente.
Questo ordinamento nasce dalla teoria della separazione dei poteri espressa nel XVIII secolo dal filosofo Montesquieu. Il suo scopo è quello di combattere il dispotismo dividendo il potere del governo in tre rami, ognuno dei quali controlla e fa da equilibrio all’altro. Nel caso americano, il potere esecutivo appartiene al presidente, quello legislativo è assegnato al Congresso, mentre il giudiziario spetta ai tribunali, il più importante dei quali è la Corte Suprema, oggi composta da nove giudici scelti dal presidente e nominati a vita.