Considerazioni sugli ultimi avvenimenti in Siria

La decisione del ritiro di Trump e gli ultimi eventi in Siria

L’annuncio del ritiro degli Stati Uniti: La decisione del Presidente Trump annunciata via tweeter di ritirare nello spazio di un mese il contingente americano in Siria ha causato non poco scalpore. Senza consultarsi con nessuno e con un solo tweet annunciava la definitiva sconfitta dello Stato Islamico e l’inutilità di continuare con l’impegno militare in Siria.

Di lì a breve, anche l’annuncio di un imminente ritiro di metà delle forze dislocate in Afghanistan. Il contingente presente nel paese ammonta a circa 14.000 uomini.

 

Il modo con il quale queste decisioni sono state comunicate hanno colto tutti di sorpresa e causato sconforto tra gli alleati di Washington. Imbarazzo e disagio anche all’interno di numerosi ambienti dell’amministrazione americana e nello stesso Partito Repubblicano. Contrari erano anche il Segretario di Stato Pompeo e il Consigliere alla Sicurezza Nazionale Bolton, così come il predecessore di quest’ultimo, Generale Mac Master.

Solo pochi giorni prima dell’annuncio, il 17 Dicembre, l’Inviato Speciale per la Siria James Jefferey aveva dichiarato che se Assad era in attesa della partenza dei soldati americani si sbagliava di grosso: a doversene andare sarà prima lui.

Con una lettera non priva di polemiche si è subito dimesso il Segretario alla Difesa, Generale Jim Mattis, considerato una delle poche menti sane rimaste accanto al Presidente. Già notevolmente irritato riguardo l’ordine di inviare truppe al confine con il Messico, si è trattato per lui della classica goccia che ha fatto traboccare il vaso.

Ai suoi occhi era impellente conservare le alleanze e difendere il ruolo globale degli Stati Uniti ma, con i 16.700 agenti di confine ai quali vanno aggiunti i 5.000 soldati dell’esercito, con il ritiro si avrebbero più uomini schierati alla frontiera che in Siria e Afghanistan combinati.

Poco dopo si dimetteva anche Brett McGurk, Inviato Speciale per la Guerra contro l’Isis. Secondo il suo parere, lo Stato Islamico non poteva dirsi sconfitto e la scelta del Presidente indeboliva la capacità degli Stati Uniti di influenzare il futuro degli eventi in Siria.

Come lui, molti vedono in questo annuncio il preludio ad un ritiro degli Stati Uniti dal Medio Oriente: vittoria, non solo simbolica, per Assad innanzitutto, ma anche per Mosca e Tehran.

È ovvio che negli Stati Uniti nessuno aveva intenzione di restare in Siria in eterno. Non era forse questo il modo migliore per uscirne. Sarebbe stato necessario definire

prima una strategia regionale e poi concordare la maniera migliore per assicurare le difesa degli interessi nazionali. La mancanza di stabilità nel paese e nel vicino Iraq potrebbe anche offrire all’Isis l’occasione per rialzare la testa.

I Precedenti: L’intervento americano nella Guerra Civile Siriana era stato deciso dal Presidente Obama allo scopo di debellare il Califfato divenuto una gravissima minaccia per tutta l’area. Gli Stati Uniti erano riusciti a mettere in piedi un’alleanza composta da circa 70 paesi. Le prime operazioni militari presero il via nell’autunno del 2014.

Lo Stato Islamico, poi proclamatosi Califfato, era sorto poco prima nel contesto della guerra civile siriana. In breve tempo si era andato rafforzandosi a tal punto da fare suoi di vasti territori situati tra la Siria e l’Iraq. Sua capitale, la città di Raqqa in Siria, mentre in Iraq, il suo centro urbano più importante era l’antica città di Mosul.

Le due roccaforti sono state riprese dopo lunghi e sanguinosi combattimenti. Dei vasti territori che avevano consentito al gruppo radicale di divenire un’entità territoriale non resta ormai quasi più nulla. A sopravvivere, solo alcune piccole sacche nell’oriente meridionale della Siria dove poco più di duemila combattenti riescono ancora a controllare qualche lembo di territorio, circa l’1% di quanto occupavano prima dell’offensiva alleata.

I servizi di informazione americana stimano però che tra la Siria e l’Iraq di militanti dell’Isis ne siano sparsi circa trentamila, mischiati con la popolazione civile e spesso organizzati in cellule clandestine: stabilizzare i vasti territori liberati è diventata dunque l’operazione più urgente.

I motivi della scelta di Trump: La decisione di Trump va vista sotto l’ottica della situazione politica interna. Avendo perduto il controllo dell’agenda domestica, sarà costretto a concentrarsi maggiormente sulla politica estera: si scontra con la realtà di un governo diviso e sfida i suoi avversari in un gigantesco braccio di ferro.

L’insuccesso nella costruzione del muro al confine con il Messico gli aveva causato critiche di personaggi influenti nell’ambito dell’elettorato conservatore quali Ann Coulter e Rush Limbaugh. In quest’ottica si è sviluppata la rottura con il Congresso che ha infine portato allo shutdown degli uffici governativi.

Più che mai convinto che la propria sopravvivenza politica dipenda dall’appoggio della sua base elettorale, si è impegnato con l’anno nuovo a mantenere le promesse fatte nel corso della sua campagna presidenziale, quando aveva promesso il ritiro delle truppe da tutti i teatri di guerra.

L’ordine improvviso di ritiro è stato dato dal Presidente senza avvisare né il Congresso né gli alleati. Visti i risultati delle elezioni di medio termine, che hanno restituito ai democratici una maggioranza di 40 seggi alla Camera, la Casa Bianca ha deciso di giocarsi così la partita sulle elezioni del 2020. Trump ha completato il suo pensiero aggiungendo: siano la Russia e l’Iran a combattere lo Stato Islamico.

Non è un caso che il Presidente sia così riuscito mettersi contro numerosi esponenti del Partito Democratico e parte della destra Repubblicana e andrà avanti per la sua strada con lo scopo di mostrare ai suoi elettori di essere sempre lo stesso e non voler governare per chi non lo ha eletto. Anche se sul breve ciò può sembrare irrazionale, il suo è un progetto a lungo termine.

Nel giro di pochi giorni ha attaccato il Governatore della Federal Reserve Powell, colpevole di aver aumentato i tassi d’interesse e rifiutato un accordo per tenere aperti gli uffici del Governo Federale. C’è qualcosa di molto politico e calcolato nel suo agire: ha deciso questa battaglia perché in difficoltà. A ricordarlo, i suoi recenti guai giudiziari ai quali si sono aggiunti quelli di alcuni collaboratori. È anche difficile pensare che dietro l’inchiesta condotta dal Procuratore Speciale Muller non vi sia nulla.

Due settimane dopo il suo tweet, Trump faceva parziale marcia indietro: l’operazione sarebbe stata graduale. Nel suo recente viaggio a sorpresa in Iraq Trump avvertiva Paul La Camera, comandante delle Forze Americane in Iraq e in Siria, che avrebbe avuto a sua disposizione alcuni mesi per condurre un ritiro ordinato. Ha così potuto rispettare la promessa di riportare a casa i soldati senza però incorrere nei rischi di un ritiro troppo affrettato.

Negli ambienti militari si sottolineava da tempo come sulle questioni di sicurezza nazionale l’agire del Presidente fosse azzardato. Dopo una colazione alla Casa Bianca, il Senatore Repubblicano Phil Gramm ha detto sentirsi più tranquillo riguardo le intenzione del Presidente. Sollievo anche al Pentagono, dove stimavano necessari almeno quattro mesi per un disimpegno coordinato e sicuro e per decidere quali materiali lasciare agli alleati e quali portare via.

Bolton e Pompeo in Medio Oriente: Restano insoluti alcuni problemi di importanza non minore. Innanzitutto il rapporto con gli alleati della coalizione. Poi, cosa non certo trascurabile, la necessità di non abbandonare i miliziani curdi che tanto avevano contribuito alla disfatta del Califfato sia in Siria che in Iraq. A questo punto il compito di Pompeo e Bolton nella regione è innanzitutto chiedere ad Ankara garanzie sulle milizie curde.

L’8 Gennaio Bolton ha lasciato la Turchia senza l’incontro previsto con Erdogan. Quest’ultimo aveva fatto sapere che non lo avrebbe ricevuto dato che si trattava di garantire l’incolumità delle milizie curde dell’YPG. Per Erdogan questo era inaccettabile: aveva più volte affermato che intendeva estirpare i curdi come presenza in quelle aree riprese all’ISIS e parte del corridoio terrorista in Siria.

Ankara chiede inoltre agli Stati Uniti di farsi restituire le armi fornite ai curdi. Washington fa sapere che avrebbe rivisto i suoi piani di ritiro dalla Siria se non riceverà prima garanzie sull’incolumità dei curdi.

Il giorno successivo Pompeo giunge in Iraq, prima tappa del suo viaggio nella regione. Vi si reca per rassicurare gli alleati e discutere di Siria, Yemen e Iran. Garantisce che il ritiro non pregiudicherà la capacità del suo paese di contenere l’espansionismo del regime di Tehran.

È andato poi ad Amman dove ha additato la Rivoluzione Iraniana e lo Stato Islamico come i due grandi obiettivi degli americani. Il Segretario di Stato li ha descritti come i maggiori pericoli per la regione. L’intenzione di Washington è creare un’asse sunnita al fine di opporsi agli sciiti di Tehran. A queste iniziative politiche assicura anche un incremento degli sforzi diplomatici e commerciali. Aggiunge che il ritiro delle truppe americane dalla Siria sarà lento e coordinato.

Il Segretario di Stato si è successivamente recato in Egitto. Presso l’Università Americana del Cairo, dove Obama aveva tenuto uno storico discorso annunciando l’inizio di un diverso rapporto con il mondo arabo, espone alcune tesi non prive di contraddizioni. Gli Stati Uniti – afferma – hanno commesso gravi errori di giudizio con la passata amministrazione: è necessaria ora una nuova partenza.

Sottolinea nuovamente l’impegno di Washington a garanzia della sua strategia nella regione e ribadisce il ritiro dalla Siria. Gli Stati Uniti assicurano la loro fedeltà ai partner regionali che non intendono lasciar soli. Di fronte all’espansionismo di Tehran, i paesi del Medio Oriente dovranno rinunciare alle loro vecchie rivalità. La nuova amministrazione continuerà a combattere l’ISIS, ma in un modo diverso.

Le tappe successive del suo viaggio sono state l’Arabia Saudita, dove è stato confermato l’appoggio al principe ereditario Mohamed Bin Salman, ed il Qatar.

La partita di Ankara: Il Presidente Turco Erdogan considera i combattenti dell’YPG, parte consistente e più efficace delle Forze Democratiche Siriane, una minaccia: teme possano promuovere la formazione di un’entità statale curda alle sue porte. Li bolla come terroristi e costola del PKK, partito sorto alla fine degli anni ’70 e da principio di ispirazione nazionalista e marxista-leninista.

Sotto la guida di Abdullah Oçalan il PKK si era spostato su posizioni federaliste e democratiche per esser poi considerato organizzazione terroristica, oltre che dalla Turchia, anche da Stati Uniti e Unione Europea. In Siria ed in Iraq la sua ala militare è oggi impegnata insieme ai Peshmerga e all’YPG nella lotto contro l’Isis.

Erdogan ha lasciato più volte intendere di volersi liberare dal pericolo curdo. Ha ordinato a contingenti di ribelli siriani vicini alla Turchia, insieme a formazioni regolari turche, di avanzare verso il fronte di Manbij. Allo stesso tempo sta spostando altre sue truppe al confine con la Siria.

Poco prima di prendere la sua decisione Trump aveva parlato al telefono con Erdogan. I due si sono accordati sulla vendita di missili Patriot per un controvalore di 3,5 miliardi di dollari. Hanno poi discusso di Fethullah Gülen, predicatore e politologo turco.

Fondatore del movimento Ihzmet, risiede attualmente negli Stati Uniti. All’inizio molto vicino al leader turo, è stato poi accusato di essere l’anima del tentativo di colpo di stato del Luglio 2016. Ankara sta facendo da tempo forti pressioni per ottenerne l’estradizione.

Unità appartenenti alle forze speciali hanno raggiunto Jarablus, dal 2016 sotto controllo Turco, con lo scopo di bloccare un’avanzata delle milizie curde. Ankara comanda diversi gruppi armati siriani ostili al regime che proteggono la frontiera con il Paese. Guarnigioni turche si trovano anche in due province del nord della Siria.

Assad dal canto suo ha più volte sottolineato come dopo otto anni di guerra civile il suo intento fosse riprendersi ogni centimetro di territorio siriano. Riguardo Manbij, al contrario di quanto espresso dai suoi alleati in Siria, Erdogan faceva sapere che avrebbe accettato un’azione del regime: se i curdi avessero abbandonato il centro, l’intervento turco non sarebbe stato più necessario.

Le conseguenza della decisione

I timori dei Curdi: Secondo il parere dei suoi consiglieri, il Presidente Americano doveva insistere affinché i combattenti curdi non siano attaccati, dato che ciò danneggerebbe anche gli sforzi contro l’Isis: pare invece si sia limitato a far sapere a Erdogan che gli Stati Uniti se ne sarebbero andati da un giorno all’altro.

Questo ritiro avrebbe abbandonato la componente curda delle Forze Democratiche Siriane alla mercé di un’offensiva dei militari di Ankara mirata a troncarne il potere dalle zone conquistate. Le Forze Democratiche Siriane avevano fatto affidamento sull’appoggio di Washington.

Senza la presenza militare americana, sanno perfettamente che si troveranno indeboliti e isolati di fronte alle intenzioni dei loro avversari turchi. Per i curdi inoltre, un ritiro delle truppe americane è un grave errore, dato che è difficile pensare che le operazioni militari contro il Califfato possano dirsi concluse.

I miliziani stanno ora contemplando l’idea di arretrare dalla prima linea e allo stesso tempo liberare i 3.200 prigionieri dell’Isis attualmente nello loro mani. Si tratterebbe di un ripiegamento strategico, con il fine di radunare le loro forze e poter far fronte alla minaccia di un intervento turco.

Questi uomini hanno pagato un alto tributo di sangue nell’espellere i radicali dello Stato Islamico dal territorio di cui si erano impossessati nel nord della Siria: più che formare uno Stato indipendente, era loro intenzione trasformare le aree liberate in una regione autonoma curda.

Da tempo in contatto con Mosca, i curdi fanno capire che non resterà loro che rivolgersi ad Assad per ottenere protezione. Ciò infatti è successo e a seguito di un loro appello contingenti regolari siriani si sono dispiegati a nord e ad ovest di Manbij.

In questo momento contingenti curdi dell’YPG, insieme ai loro alleati arabi, si stanno muovendo nella Siria Orientale per strappare all’Isis l’ultimo lembo del loro Califfato. Si troveranno ad affrontare un certo numero di combattenti provenienti dall’estero. Sapendo di essere giunti alla fine della loro avventura, nessuno di loro vorrà finire prigioniero. Saranno i più duri e tenaci da affrontare e lotteranno fino all’ultimo.

I civili in Siria: A rimetterci potrà essere anche la popolazione civile siriana. Già abbondantemente provata da anni di guerra civile, potrebbe trovarsi di fronte ad un nuovo disastro umanitario. Un’offensiva turca potrebbe avere effetti devastanti e nel caso le Forze Democratiche Siriane fossero infine costrette ad abbandonare le aree liberate, vi sarebbe inevitabilmente un esodo di civili curdi.

La guerra civile, che si protrae dal 2011, ha portato all’annientamento di numerose città. I morti superano i 500.000 e il numero di feriti è elevatissimo. Gli sfollati sono 8 milioni, alcuni costretti dagli eventi a spostarsi fino a sette volte. Cinque milioni sono i profughi che si trovano all’estero. Per sopravvivere 6 milioni di bambini dipendono dagli aiuti umanitari e più di 2 milioni di loro si sono rifugiati in Turchia, Libano, Giordania, Iraq ed Egitto. L’80% della popolazione vive sotto la soglia di povertà.

Le reazioni di Israele: L’annuncio di Trump ha provocato sconforto anche in Israele. Non senza freddezza il Governo ha dichiarato che il paese saprà difendersi da solo. Il Premier Netanyahu ha fatto sapere che in Medio Oriente ogni posto lasciato vuoto trova sempre qualcuno pronto a riempirlo.

In una Siria i cui equilibri interni risulteranno alterati e senza avere più il contrappeso della presenza di Washington, Israele si troverà faccia a faccia con le milizie iraniane e i loro alleati di Hezbollah.

L’Iran: Dal 2012 l’Iran ha speso 16 miliardi di dollari per sostenere i conflitti in tutta la regione. Riguardo la Siria, è certo che i Guardiani della Rivoluzione puntino alla base di al-Tanf e al territorio circostante.

Si tratta di un’area sotto il controllo dei curdi situata nella zona orientale del paese e confinante con il vicino Iraq. È importante per due motivi: è vicina ad una parte consistente dei magri giacimenti petroliferi siriani e servirebbe a Tehran per rafforzare quel corridoio che porta a Baghdad, Damasco e Beirut. Va anche fatto notare che i pozzi di petrolio saranno utili ad Assad per finanziare la ricostruzione del suo paese.

L’Iran ha investito molto in Siria. È riuscito ad alterare la mappa strategica della

regione assicurandosi un ponte terrestre verso il Libano, indispensabile per rifornire di armi i miliziani sciiti di Hezbollah e alleati nel sostenere Assad.

Il ruolo della Russia: Impiegando nel complesso circa 5.000 uomini e un certo numero di velivoli militari, nel Settembre del 2015 Mosca aveva dato il via al suo intervento in Siria. Oltre a tenere in piedi il regime siriano, si è assicurata il controllo del porto sul Mediterrano di Tartus e della base aerea di Khmeimin nei pressi di Latakia.

Grazie a questo investimento relativamente modesto, Putin è riuscito a far tornare il suo paese protagonista sulla scena mediorientale. Non ha combattuto tanto per neutralizzare lo Stato Islamico, quanto per salvare il suo alleato Assad.

Il Presidente Russo, nel corso della tradizionale conferenza di fine anno, di fronte ad una platea di 1500 giornalisti ha lasciato intendere che la presenza militare degli Stati Uniti in Siria non poteva che ripercuotersi negativamente in vista di una pace futura.

Ha espressamente dichiarato che questa presenza è illegittima dato che priva di mandato da parte delle Nazioni Unite. Nessuno aveva chiesto agli americani di entrare nel paese: Mosca, al contrario, è intervenuta sotto espressa richiesta del suo legittimo Capo di Stato, il Presidente Bashar al-Assad. La missione in Siria delle forze armate russe è dunque del tutto legale e giustificata.

Tutto ciò per Mosca è positivo. Putin, si sente adesso l’arbitro della situazione. Il recente annuncio del ritiro americano è dunque un bene e non può che sottolineare il successo dell’intervento russo. Secondo lui vi è persino chi sostiene che gli americani abbiano deciso di andarsene perché in Siria sono presenti i russi.

Apertura dell’Ambasciata degli Emirati Arabi Uniti: Altro elemento di rilievo, la notizia che gli Emirati Arabi Uniti hanno riaperto la loro sede diplomatica di Damasco. Era rimasta chiusa da sette anni, a seguito delle manifestazioni del 2011 poi sfociate nella guerra civile.

La decisione va vista nell’ambito di una politica di contrasto dell’influenza dell’Iran paese non Arabo e Sciita: il ruolo di Tehran nella regione è visto come pericoloso in quanto fomentatore di conflitti e di estremismi.

Pochi giorni dopo, stessa decisione ha preso il Bahrein. L’Iraq e il Libano sono adesso due dei Paesi arabi a chiedere la riammissione della Siria nella Lega Araba. Vi era stata espulsa a seguito delle repressioni condotte dal regime contro i manifestanti.

Per Assad si è trattato di successi e se il ruolo degli Emirati è stato meno rilevante di quello dell’Arabia Saudita e del Qatar, tutti i paesi del Golfo gli si erano schierati contro, contribuendo a sostenere le opposizioni e ad armare le milizie combattenti.

Alcune considerazioni finali

Si tratta ora di marcare anche una presenza di fronte alla crescente influenza della Turchia, intervenuta direttamente a sostegno dei gruppi rivoltosi per respingere l’Isis e bloccare l’avanzata dei curdi. Escludendo il Qatar, sia l’Arabia Saudita che gli Emirati si erano opposti al sostegno dato da Erdogan ad elementi politici islamici, quali i Fratelli Musulmani, considerati una minaccia.

I giochi politici di Ankara, condotti spregiudicatamente con Russi e Iraniani, facevano sentire i due paesi arabi come esclusi nella partita con il regime e con le forze dell’opposizione. Con l’aiuto dell’Iran e del successivo intervento russo il regime stesso è infine riuscito a riprendersi il controllo su buona parte della Siria: a questo punto opporsi diverrebbe inutile dato Assad sembra essere lì per rimanere.

Gli Emirati hanno capito che ormai non erano più un grado di vincere la partita e che diventa loro interesse avere una Siria stabilizzata. Gli stati arabi, soprattutto a seguito della decisione di Trump, stanno prendendo in considerazione l’idea di normalizzare i loro rapporti con Damasco. Una presenza araba in Siria è per loro non solo importante, ma anche necessaria. Vogliono perciò essere in grado di avere un ruolo attivo nella conclusione del conflitto al fine di potere esercitare le loro opzioni.

È loro convenienza prendere rapidamente una posizione nel paese e qualificarsi di fronte al regime vittorioso. Si tratta anche di non lasciare spazi aperti a Tehran e di partecipare alla ricostruzione del paese che nel frattempo va tenuto in equilibrio.

La rimonta di Assad appare ormai irreversibile, benché debba ancora risolvere il problema dell’area di Idlib e di alcune sacche situate nell’oriente del Paese ancora in mano ai miliziani dello Stato Islamico, questioni che Damasco dovrà presto affrontare.

Si può parlare perciò di una vittoria diplomatica anche per il regime. Il Presidente siriano si trova per la prima volta ad essere meno isolato. Non a caso è anche giunta la notizia dell’inaugurazione di un primo volo commerciale con la Tunisia, anche questo il primo dal 2011. Giunto a Damasco nel Dicembre dello scorso anno, Omar al-Bashir, Presidente del Sudan, è stato il primo esponente di rilievo della Lega Araba a recarsi in Siria dall’inizio del conflitto.

Il Sudan, governato da lui in modo autoritario, sta attraversando la più grave crisi politica dai giorni del colpo di stato del 1989. Immerso in pesanti difficoltà economiche, intende avvicinarsi alle monarchie conservatrici del Golfo cercando di svolgere una qualche attività politica.

Vi sono attualmente nello Yemen oltre 10.000 combattenti sudanesi al soldo di Riyad. Tra loro non pochi sono i minorenni. Queste truppe fanno la guerra al posto dei sauditi e vengono pagate ben più di quanto potrebbero guadagnare standosene a casa, anche con un lavoro.

Conclusioni: Quando la decisione di Trump sarà operativa, occorrerà colmare il vuoto lasciato dal ritiro. Per lui i vantaggi di un coinvolgimento in quella parte del mondo non valgono l’ampiezza degli sforzi. Questo in apparenza potrebbe lasciar pensare ad un disimpegno americano nella regione, cosa che andrebbe a favore soprattutto della Russia e dell’Iran.

Questa strategia in fondo non differisce troppo dalla linea di Obama. Anche lui considerava il Medio Oriente fonte di fastidi: troppe risorse venivano distratte da altri scenari sui quali sarebbe stato importante intervenire. Altro fattore in comune, la richiesta alle potenze locali di un maggior coinvolgimento nell’area.

Il teatro siriano è il più preoccupante perché vede il coinvolgimento di numerose forze. Vi partecipano infatti, oltre alle truppe del regime, americani, russi, turchi, iraniani, israeliani, oltre ai libanesi di Hezbollah insieme a contingenti sciiti dall’Iraq e dall’Afghanistan. In campo si sono schierati anche i Curdi.

Comunque vada a finire, riteniamo indispensabile un accordo tra Stati Uniti e Russia. La Turchia è membro della Nato e Israele è alleato degli Stati Uniti. Assad e il regime di Tehran sono alleati di Mosca.

Se i grandi non si parlano è difficile che in politica estera i piccoli possano fare qualcosa: per un osservatore attento, l’agitarsi confuso sulla scena internazionale potrebbe significare il preludio ad un accordo tra le due Grandi Potenze.

Gli unici paesi in grado oggi di far politica estera sono gli Stati Uniti e la Russia. Gli altri sono delle comparse: balbettano, si danno spesso grandi arie, ma di fatto contano poco e servono soprattutto a confondere le carte.

I due paesi hanno forti responsabilità nel presente disordine: di comune accordo potrebbero insieme sistemare i grandi centri di crisi. E’ utile ricordare che se non vi è un minimo di accordo tra le due superpotenze, i rischi a livello internazionale si accrescono e aumenta il disordine.

La Russia vuole essere considerata superpotenza mondiale. Pur essendolo sul piano nucleare, sappiamo che sul piano politico non lo è: se gli Stati Uniti dovessero concedergli un po’ di spazio, le premesse per un accordo ci sono.

Questo negoziato dipenderà da Trump e Putin. Il presidente americano potrebbe gettare un amo al suo omologo russo e puntare a rapporti fondati su basi chiare e pragmatiche: il primo intende districarsi dai teatri di guerra, il secondo ha assoluto bisogno di vedersi rimuovere le sanzioni.

Gli attuali rapporti tra i due paesi non sono facili. È però evidente che il Presidente Trump abbia tutte le intenzioni di riprendere il dialogo con Putin. Non tutti lo sanno, ma i due sono in frequente contatto telefonico.

In mezzo vi si è messo ora il problema delle navi ucraine sequestrate da Mosca con i loro equipaggi che ha impedito ai due presidenti di incontrarsi a Buenos Aires. Una volta superato l’ostacolo, se non dovessero sorgere nuove complicazioni possiamo aspettarci un prossimo vertice tra di loro. La Siria sarà al centro dei colloqui, così come lo sarà l’Ucraina.

Altro elemento da non dimenticare, la Risoluzione 2254 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Approvata all’unanimità nel Dicembre del 2015, è molto dettagliata e getta le basi sul futuro assetto costituzionale del paese. Qualunque cosa debba accadere, da questa risoluzione non si potrà prescindere. Data la sua importanza, è stata inclusa nel nostro sito.

Data la vastità delle distruzioni, è stato calcolato che il costo della ricostruzione del Paese si aggirerebbe intorno ai 200 miliardi di dollari. Resta da sapere a chi toccherà pagare il conto. Mosca vorrebbe che l’onere spettasse anche all’Europa. Bruxelles sottolinea di essere disposta a farsi coinvolgere solo se verrà raggiunto un accordo politico. Viste le crescenti ambizioni, non sarei sorpreso se un qualche ruolo lo intendesse richiedere anche la Cina.