La storia di un Paese meraviglioso
Inizio di una spedizione
Un re afghano, Shodja del clan dei Saddozai, aveva trovato rifugio in India e viveva di una pensione concessagli dal governo di Londra. Colse l’occasione per informare gli Inglesi che, se a loro poteva far comodo, sarebbe stato disposto a regnare di nuovo.
Il governatore generale delle Indie, Lord Auckland, appoggiò tale proposito e ne consentì il ritorno, facendolo però accompagnare da un nutrito corpo di spedizione inglese. Il suo scopo era scoraggiare l’opposizione di elementi faziosi e l’alzar la testa di potenze straniere. Una volta assicuratogli il trono, gli Inglesi si sarebbero ritirati con la soddisfazione di aver contribuito all’unità e al benessere del popolo afghano.

Nel 1839, al comando del generale Elphinstone, veterano delle guerre napoleoniche, si mise in marcia verso Kabul un esercito forte di 23.000 uomini. Ogni soldato portava con sé tre servitori indiani. Gli ufficiali si facevano accompagnare dalle mogli e dai figli. Non potevano mancare galloni di whisky, vivandiere, ambulanti e prostitute. Un cammello era stato addirittura caricato di casse di sigari. Shodja, da parte sua, viaggiava con una scorta di mercenari musulmani.
Dopo essere entrati a Kandahar, ed impossessatisi di Ghazni, gli Inglesi giunsero finalmente a Kabul. L’accoglienza fu glaciale. Il nuovo re si rinchiuse subito nel castello. Agli Inglesi toccò accamparsi nella vallata.
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#EdoardoAlmagia

La figura di Akbar-Khan
Il deposto Dost-Mohammad si era proclamato “Emiro dell’Afghanistan” e aveva organizzato la disperata resistenza. Fuggito poi sulle montagne venne presto catturato e rinchiuso in una fortezza indiana. La guerra sembrava conclusa e nell’inverno del 1840 agli ufficiali inglesi non restava che ammazzare il tempo pattinando e giocando a cricket.
Dost-Mohammad aveva un figlio prediletto di nome Akbar Khan, uomo furbissimo e dei più scaltri. Intorno a sé organizzò e radunò la resistenza dei Khan. Diede a loro il compito di fiaccare gli Inglesi a colpi di spillo. Suo compito, invece, apparire come il capo moderato del quale gli stranieri si sarebbero potuti fidare. Il suo piano era quello di innervosire gli Inglesi, scoraggiarli poco alla volta per poi indebolirli, metter loro paura e costringerli finalmente a tornare in India.
La sua prima mossa fu quella di inviare religiosi a predicare nei villaggi. Dovevano servire a convincere che chiunque riforniva vivande agli Inglesi sarebbe stato giudicato un apostata. A vendergliele rimase un solo villaggio sito a poca distanza dall’accampamento.