La storia di un Paese meraviglioso

Una marcia per la pace e l’inizio delle trattative

Nello stesso mese, un gruppo di attivisti per la pace si metteva in marcia da Helmand e percorsi poco più di 400 km giungevano a Kabul. Facendosi loro incontro, il Presidente Ghani prendeva atto delle loro istanze. Chiedevano un cessate il fuoco con i talebani e la scelta di un luogo per i negoziati di pace. Questa doveva includere e rappresentare tutti i gruppi etnici afghani. Oltre alla riconciliazione, chiedevano anche garanzie per i talebani.

Da qualche tempo le cose si stanno rivelando piuttosto difficili. I rapporti tra Stati Uniti e Russia si sono complicati, tutti i centri di crisi sono in movimento e i problemi interni del Presidente Trump si riflettono negativamente sullo scenario internazionale. Paradossalmente è proprio dall’Afghanistan che stanno giungendo segnali positivi.

I cinesi hanno ricevuto una delegazione di talebani e chiesto loro di negoziare con gli Stati Uniti. Il nuovo presidente pakistano Imran Khan si sta mostrando disponibile ad appoggiare il tentativo. Ricordiamo che in passato il Pakistan si era mostrato non poche volte ostile agli Stati Uniti e vicino ai talebani: per questo motivo Trump aveva deciso di tagliare i fondi destinati al paese, accusandolo di doppio gioco.

Come il lettore avrà ormai capito, intorno all’Afghanistan è in corso una partita nella quale i giochi vengono condotti su più tavoli. Non è un segreto che i Servizi e le Forze Armate del Pakistan non gradiscano lo svilupparsi di un dialogo diretto tra Stati Uniti talebani mentre alcune delle forze in campo svolgono un ruolo tutt’altro che trasparente.

Progressi in quella direzione – sospettano – rischierebbe di vedere tagliati fuori sia il governo di Kabul che quello di Islamabad.

Il progetto del Pentagono

Gli Stati Uniti vorrebbero vedere l’Afghanistan rientrare nella comunità internazionale e avviarsi verso un processo democratico. Nel frattempo, il Pentagono ha espresso l’intenzione di ritirare le guarnigioni dai distretti rurali, nei quali oggi vive il 75% della popolazione, e assicurarsi un maggiore controllo delle aree urbane.

Si tratterebbe di evitare ai militari dislocati in campagna di correre il rischio di venire attaccati in avamposti isolati e spesso vulnerabili: secondo la visione del Pentagono controllare le aree rurali non porta a nulla, salvo vedere salire il numero delle perdite.

I militari americani pensano oggi che la via d’uscita può essere solo politica: sanno bene che è molto difficile sconfiggere un’insurrezione che gode di vasti appoggi tra le fasce popolari e che può trovare riparo attraversando la frontiera con il Pakistan.

Quando i talebani erano al governo, gli Stati Uniti avevano rifiutato ogni contatto politico dato che era stata loro negata la consegna del mullah Omar, considerato il pianificatore degli attacchi del 11 Settembre 2001. Questo rifiuto si è protratto fino al giorno della sua morte per tubercolosi.

Fin dai tempi della Conferenza di Bonn del Dicembre 2001 si puntava ad un tentativo ambizioso di costruire un nuovo stato afghano. A questo incontro i talebani non vennero invitati, così come non lo furono nelle successive Jirgas convocate per legittimare gli accordi: da quel momento i talebani non hanno fatto che presentare il conto. Oggi è giunto il momento di includerli nelle trattative.