La storia di un Paese meraviglioso

Il processo di Kabul

Il 27 Febbraio del 2018 si riuniscono i delegati di 30 Paesi e di varie organizzazioni internazionali. Tra queste, Nato, Unione Europea e Nazioni Unite.

Vi si annuncia un’iniziativa per la pace. Questa aveva le sue basi su un processo di formazione del consenso in Afghanistan che andava avanti da mesi. Il Governo di Kabul si era mostrato infatti favorevole ad un percorso di accordo con i talebani.

Coinvolti nel progetto erano anche politici, membri del clero e della società civile, tutti pronti a riconoscere il loro ruolo nella vita politica del Paese.

Il 28 Febbraio il Presidente Ghani presentava un’offerta. Si trattava da condurre un percorso negoziale senza condizioni di partenza. I talebani mostrarono subito avversione a trattative dirette con il Governo. Per loro a contare erano gli Stati Uniti e non il governo fantoccio di Kabul, che consideravano non autonomo e dunque incapace di prendere decisioni.

Questa presa di posizione rispecchiava quanto avveniva sui campi di battaglia dove gli americani restavano gli attori decisivi. Più che l’operato dell’esercito regolare, ad intimorire i talebani erano soprattutto le operazioni delle Forze Speciali e le incursioni aeree condotte dagli Stati Uniti.

Le proposte di Ghani non menzionavano mai in modo esplicito il ritiro delle forze occidentali dal Paese, che per i talebani era la richiesta principale. Lo stato di conflitto faceva poi comodo alle élite di Kabul che erano interessate più a ricevere aiuti esteri che a condividere il potere.

Il processo di Kabul

La coalizione di governo era anche giudicata divisiva e vulnerabile alle pressioni di una crescente opposizione. In buona sostanza, non vi era fiducia tra le parti e questo rappresentava un ostacolo alle trattative di pace.

Da parte loro, i dirigenti afghani, e soprattutto gli Stati Uniti temevano, che le forze talebane mirassero ad impossessarsi di tutto il Paese per stabilirvi un emirato islamico. Vi erano già riusciti negli anni ‘90 quando, come visto, avevano offerto ospitalità a gruppi radicali del tipo di al-Qaida.

La maggioranza dei capi talebani era dotata di sufficiente realismo per riconoscere l’impossibilità di una vittoria militare.

Ognuna a modo proprio, entrambe le parti presero ad aumentare la pressione sul campo, con lo scopo di persuadere l’avversario al negoziato partendo da basi più favorevoli. Senza la direzione degli Stati Uniti e una maggiore flessibilità da parte dei talebani, sarebbe stato improbabile iniziare le trattative per una pace. Gli americani non volevano però escludere dal processo il governo Afghano.

Quest’ultimo era riluttante a consentire negoziati senza previo coordinamento. In poche parole, se gli Stati Uniti avessero deciso di trattare ciò poteva avvenire solo con l’assenso di Kabul. A complicare la possibilità di trattative, anche la necessità di dover tenere conto degli interessi di altri attori, sia regionali che internazionali: o le parti trovavano un compromesso, o sarebbe stato difficile iniziare un dialogo.