La storia di due importanti personaggi
Mustapha Kemal e Reza Shah, i due modernizzatori
Entrambi dedicarono le loro energie a trascinare i loro rispettivi Paesi verso la modernità. Senza la loro opera Turchia e Persia si sarebbero disgregate per cadere inevitabilmente sotto il giogo di potenze straniere.
La strada che aprirono, quella della centralità dello Stato e delle decisioni prese dal vertice, era figlia dell’arretratezza del loro paese: non portò a governi democratici e ad un’economia di mercato.
Sfociò piuttosto in sistemi di potere clientelari, spesso corrotti, e in una cattiva gestione della cosa pubblica.
Chi era all’ombra del potere finì col prosperare ed accumulare grandi ricchezze mentre gli altri dovevano accontentarsi di quello che restava. Ciò impedì l’emergere di una vera e propria borghesia, sicura della sua forza economica, del suo ruolo e meno soggetta ai condizionamenti dei governi.
Di fronte all’inarrestabile avanzata dell’occidente, resa più marcata dalle rivalità tra le grandi potenze coloniali, i due visionari intendevano assicurare la crescita, lo sviluppo e l’indipendenza dei loro paesi. Ritenevano assurdo lottare contro le correnti della civiltà, della Storia e del progresso. Cruciale l’idea che per accedere alla modernità fosse essenziale un regime secolare e la diffusione di un pensiero laico: l’Islam era per loro un ostacolo al progresso. Era necessario prescindere dalla religione, dalle tradizioni e dalle usanze del passato: solo in questo modo poteva nascere quella società laica e nazionalista in grado di competere con l’Occidente.
Sia Mustaphà Kemal che Reza Shah non miravano tanto all’affermazione di dottrine liberali, quanto a sottrarsi dal controllo delle potenze europee. Per raggiungere l’ obbiettivo era indispensabile uno Stato forte ed organizzato. Si costruirono strade, ponti, scuole e ospedali. Ingenti somme vennero impiegate per riorganizzare gli eserciti.
Entrambi vollero cambiare la società, adottando modi europei nel vestire e nel comportarsi. Poligamia, fez, sandali e turbanti furono posti al bando. Apparvero scarpe di cuoio, giacche, camicie, calzoni, cravatte e cappelli. Furono modificate le economie, incoraggiato lo spirito nazionale, adottati il sistema metrico decimale ed il calendario occidentale. La religione finì gradualmente col perdere peso e venne relegata nelle moschee.
I due personaggi
I cambiamenti non condussero ai risultati sperati. L’Islam, che da oltre un millennio era anima della storia, della cultura e delle tradizioni di queste terre, era stato additato come superstizione e arretratezza. Via via che il processo avanzava, le riforme incontravano maggiore avversione da parte del clero e delle élite più conservatrici che si ergevano a paladini di tradizioni che vedevano osteggiate e represse.
Tra le masse più povere e meno colte, nelle campagne e nei centri di studi religiosi questa scelta venne recepita prima con amarezza, poi risentimento ed infine aperta ostilità. I due leader e chi aveva scelto di seguirli venivano accusati di essere il più subdolo e pericoloso nemico dell’Islam. Secondo questo modo di vedere le cose, il vero nemico è chi inaugura scuole ed università laiche, istituisce tribunali e leggi secolari, abolisce antichi costumi ed estromette i musulmani dai loro ruoli tradizionali.
La modernità era vista come una minaccia per tradizioni di vita considerate sacre e perciò immutabili in quanto non era possibile deviare dalla legge divina senza commettere peccato. Non a caso la prima istituzione che Ataturk aveva deciso di abolire fu proprio il Califfato. Seguirono altre riforme che portarono ad una rigorosa separazione tra Stato e religione. Senza queste, il nuovo stato mai avrebbe potuto accedere ai benefici e alle istituzioni del mondo moderno. Per i religiosi islamici tutto ciò era inconcepibile.
Autorità politica e religiosa dovevano essere una sola cosa mentre la libertà individuale era percepita come una minaccia alla coesione della comunità. Lo dirà, bene mezzo secolo dopo, l’Ayatollah Khomeini: “l’Islam o è politico o non è”.
Nasceva così la Repubblica Turca, stato nazionale nel quale sovrano era il popolo turco. I non-turchi divennero degli stranieri come non lo erano mai stati durante l’Impero.