Guerra ispano-americana
Motivi della guerra contro la Spagna
A sottolineare ulteriormente questo mutato atteggiamento americano di fronte al mondo giunse la guerra ispano-americana. Si trattava per gli Stati Uniti di affrancare il popolo di Cuba dal giogo spagnolo e affermare il proprio potere.
Si era visto in precedenza come era stata domata la ribellione del 1868. Nel 1895 vi fu un ulteriore tentativo di liberarsi dalla Spagna determinato dal Wilson-Gorman Tariff Act che, l’anno precedente, aveva chiuso il mercato americano alla produzione zuccheriera cubana. Nell’isola seguì un impoverimento tale da sfociare in un nuovo moto di ribellione.
Per via della crudeltà dei metodi repressivi impiegati dalla Spagna contro la popolazione cubana, le simpatie dell’opinione pubblica americana si orientarono presto a favore dei rivoltosi: a stimolare la richiesta di un intervento aveva contribuito anche una serie di articoli apparsi sui due quotidiani di New York che diffondevano notizie spesso esagerate e a volte anche inventate sulle atrocità commesse dagli Spagnoli. Sia il presidente Cleveland che il suo successore repubblicano William McKinley si mostrarono contrari ad intervenire per timore che un conflitto potesse minare quella prosperità seguita alla depressione del 1893. Della stessa opinione era anche la comunità di affari americana.
Le cose cambiarono improvvisamente per la pubblicazione di una lettera dell’ambasciatore spagnolo a Washington, nella quale veniva denigrato il presidente McKinley. Più importante ancora l’episodio dell’esplosione della corazzata Maine, ancorata nel porto dell’Avana. Le vittime furono 260 e benché le cause dell’incidente siano tutt’ora ignote, l’opinione pubblica americana puntò subito il dito contro la Spagna richiedendo un immediato intervento militare.
Dopo aver esitato qualche settimana, il presidente McKinley decise di agire non tanto per rispondere alle richieste della nazione, quanto piuttosto perché stava perdendo la fiducia nelle capacità della Spagna di porre fine all’insurrezione. Non senza esitazioni Madrid accettò la richiesta di un armistizio immediato e lo smantellamento dei campi di concentramento. Rifiutò invece la richiesta di concedere l’indipendenza a Cuba.
Di conseguenza, l’11 Aprile 1898 il presidente americano si rivolse al Congresso per chiedere l’entrata in guerra. Nove giorni dopo, in una risoluzione congiunta e a grande maggioranza, il Congresso riconosceva l’indipendenza cubana ed autorizzava la Casa Bianca ad usare la forza per cacciare gli spagnoli dall’isola. Venne approvato all’unanimità anche l’emendamento Teller che si opponeva all’annessione di Cuba, esprimendo quel sentimento idealistico che aveva portato al conflitto.
Nell’area dei Caraibi la grande ambizione degli Stati Uniti era costruire, proteggere e controllare un canale che, passando attraverso l’America centrale, servisse ad unire l’Oceano Atlantico al Pacifico.
Un trattato del 1851 sanciva che un canale costruito dagli Stati Uniti o dall’Inghilterra doveva essere posto sotto il controllo delle due nazioni e non venire fortificato.
In Africa, la guerra boera che si era conclusa nel 1902 aveva evidenziato l’isolamento di Londra: quest’ultima, di conseguenza, desiderava conservare l’amicizia con gli Stati Uniti e a seguito del trattato Hay-Pauncefote del 1901 accettò sia il controllo americano del futuro canale che la sua fortificazione.
A partire da questo momento, la sfida successiva per gli Stati Uniti fu quella di scegliere il luogo più adatto: il canale avrebbe attraversato il Nicaragua oppure l’istmo di Panama?
Dopo aver inizialmente puntato sul primo, il Congresso americano decise infine per Panama, che però apparteneva alla Colombia e dalla quale una società francese con a capo Ferdinand de Lesseps, aveva acquistato la concessione per la realizzazione di un canale. Dopo 8 anni di scavi, tra malattie e problemi di lavoro, la società fallì. Nel 1894 una seconda società francese ne rilevò la franchigia essenzialmente per tenere in vita il progetto.
Le scente del presidente Roosevelt
Passato qualche tempo, la Francia offrì agli Stati Uniti i diritti sul progetto. La proposta fu accettata ma la Colombia poi si oppose alle condizioni americane. Panama, che da tempo voleva affrancarsi dal giogo colombiano, decise di ribellarsi. Il presidente Roosevelt preferì tenersi distante da questa insurrezione pur informando i panamensi che, se avessero avuto bisogno di un amico, avrebbero potuto contare sugli Stati Uniti.
Seguendo il principio del “non si sa mai”, nel 1903 egli decise di inviare un incrociatore al fine di impedire un intervento colombiano. Due settimane dopo l’indipendenza di Panama, seguì il trattato Hay-Bunau-Varilla del 18 Novembre 1903 che concesse agli americani la piena sovranità su quella striscia di terra necessaria per costruire il canale. I lavori ebbero inizio nel 1907 e la prima nave attraversò il canale nell’Agosto del 1914. L’andamento di tutta questa faccenda lese non poco l’immagine degli Stati Uniti in America Latina, cosa che a Roosevelt poco importava: a preoccuparlo era soprattutto il pensiero di possibili interventi nell’area da parte delle potenze europee.
Nel 1902 un blocco anglo-tedesco-italiano al Venezuela dovuto a questioni finanziarie, suscitò le preoccupazioni di Washington che richiese un arbitrato internazionale. Quando la Repubblica Dominicana si trovò nell’impossibilità di pagare il suo debito e venne minacciata da un intervento chiesto dagli azionisti europei, il presidente Roosevelt decise di assumere un ruolo inedito: quello di poliziotto internazionale per tenere lontane dal continente americano le nazioni europee.
Nel 1904 venne reso pubblico un corollario alla Dottrina Monroe e queste furono le parole da lui pronunciate davanti al Congresso: “Stante la dottrina Monroe, comportamenti cronici sbagliati nel continente americano richiedono l’intervento di polizia internazionale da parte di una nazione civilizzata”. Non era dunque compito delle potenze europee intervenire: sarebbe toccato agli Stati Uniti vegliare affinché non fossero costrette loro a farlo per via del comportamento delle nazioni americane. In poche parole, nessuno Stato europeo sarebbe potuto intervenire in America in quanto spettava agli americani stessi farlo in difesa degli investimenti del mondo civile. Da quel momento, gli Stati Uniti avrebbero tenuto sotto stretta osservazione l’intero continente americano. *****
Nel 1908 Roosevelt scelse come successore l’avvocato William Howard Taft, che mai avrebbe voluto diventare presidente. Malgrado ciò, egli sconfisse senza difficoltà il suo rivale William Jennings Bryan. Pure lui non intendeva avere a che fare con disordini nell’area caraibica tali da provocare interventi europei. La politica di Taft verso l’America Latina era dettata da ragioni non solo strategiche, ma anche economiche: incoraggiò gli investimenti americani e si adoperò affinché i capitali europei venissero sostituiti da quelli americani. In poche parole, meno rischi con l’Europa e maggiori profitti per le banche americane, la cosiddetta “diplomazia del dollaro”.
Nel 1909 istituti di credito americani presero possesso delle finanze del Nicaragua con il consenso politico locale. L’anno successivo, allo scoppio di una rivolta contro il governo, il presidente Taft fu costretto ad un intervento militare. Entrato in carica nel 1913, il presidente Woodrow Wilson decise di cestinare sia la politica del “Grosso Bastone” che quella della “diplomazia del dollaro”. Queste le sue parole riguardo la politica degli Stati Uniti che “non avrebbero mai più tentato di annettersi un metro di territorio con la forza”. In parallelo, condannò anche la pratica di premere per concessioni economiche in America Latina. A dettare la sua azione politica nella regione era anche quel lato missionario caratteristico della sua personalità che lo spinse a combattervi la povertà ed aiutare la gente a darsi quella stabilità che solo un governo democratico poteva garantire. Malgrado le sue buone intenzioni, Wilson non mancava di senso pratico ed era determinato a difendere gli interessi americani. Fu così che di fatto intervenne in quei paesi ben più di quanto non lo avessero fatto i suoi predecessori.
Conscio dell’importanza del canale di Panama per la sicurezza nazionale, egli decise che non era possibile per gli Stati Uniti tollerare ogni sorta di instabilità politica nell’area dei Caraibi. A testimonianza di ciò la sua azione in Nicaragua e Santo Domingo. In Messico la rivoluzione iniziata da Madero rischiava di destabilizzare il paese. A lui si unirono Pancho Villa e Emiliano Zapata e nel 1911 fu deposto il presidente Porfirio Diaz. La sua amministrazione fu caratterizzata da inettitudine, corruzione e fratture interne. Di fronte ad estesa rivolta venne assassinato dal generale Victoriano Huerta. Questi eventi portarono il presidente Wilson sull’orlo di una guerra. A distrarlo, gli attacchi contro le navi alleate dichiarati dai sottomarini tedeschi che all’inizio del 1917 lo costrinsero a ritirare le truppe comandate dal generale Pershing.