Avvento di Nasser e crisi di Suez

Una crisi geopolitica

Avvento di Nasser e crisi di Suez

Nel 1952, in Egitto, quella stessa miscela di nazionalismo, di gruppi religiosi Islamici e radicali di sinistra che in Iran aveva sostenuto Mossadegh portò al Governo Nasser.

Questi lanciò da subito una sfida agli interessi occidentali e spinse tutta la regione verso forme di radicalismo politico.

Il Re Farouk fu costretto all’esilio. Nel 1956 Nasser annunciò la nazionalizzazione della Compagnia del Canale di Suez.

Francia e Gran Bretagna reagirono. Con la collaborazione di Israele si mossero contro l’Egitto scatenando una gravissima crisi internazionale.

Mosca rispose a quello che definiva “un complotto colonialista” minacciando una pioggia nucleare su Londra e Parigi.

Washington, che non era stata avvertita dai suoi alleati, minacciò di affondare la sterlina e negò il proprio appoggio all’azione militare. Questa frattura costrinse Parigi, Londra e Tel Aviv ad abbandonare l’impresa.

In questo succedersi di eventi, Nasser non ebbe alcun peso ma emerse come un eroe agli occhi dell’opinione pubblica araba: era riuscito dove aveva fallito Mossadegh. Divenne così il faro per i popoli della regione.

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#EdoardoAlmagia

Considerazioni finali

Il fallimento dell’incontro di Helsinki ha complicato le cose: i rapporti tra Stati Uniti e Russia hanno subito una battuta d’arresto. Questo ha aggravato la situazione nei teatri più difficili, ora tutti in movimento. La situazione sembra cambiare ogni giorno, ma l’attenzione resta fissata sugli Stati Uniti e su quali pazzesche idee potrebbero venire in mente a Trump.

Molto atteso da chi segue le questioni internazionali, il vertice che era stato concordato tra il Presidente Americano e Putin nel corso della riunione del G-20 di Buenos Aires. Purtroppo la cattura da parte di Mosca nello Stretto di Kerch di tre navi militari ucraine ed i rispettivi equipaggi ha fatto si che il colloquio è stato annullato: è probabile verrà spostato agli inizi dell’anno prossimo.

Mosca resta comunque attiva nella partita, tanto che di recente si è svolto un incontro con una delegazione talebana. Lo scopo era incoraggiare i colloqui di Doha ed esplorare la possibilità di procedere verso un accordo. Da parte talebana sono state espresse riserve riguardo le prossime elezioni presidenziali ed il ruolo del futuro capo di stato.

Fissate in origine per il 15 Ottobre del 2016, le ultime elezioni parlamentari si sono svolte il 20 Ottobre di quest’anno, esclusa la provincia di Kandhar che votato la settimana dopo. Malgrado alcuni attentati, ai quali si sono uniti ritardi e difficoltà, a votare si calcola si sia recata il 45% della popolazione. Notevole il fatto che il 33% dei votanti erano donne. Le candidate femminili erano più 400 e per il meccanismo delle quote, 68 di loro andranno in Parlamento. I risultati finali sono attesi per il 20 Dicembre.

Si può dire che ad oggi le prospettive generali per una pace in Afghanistan siano migliorate e nuove opportunità sono emerse. Benché la stabilità nel paese sia tutt’ora precaria è nostro dovere, oltre che interesse, che sia messo in condizione di poter fare le scelte giuste e decidere da chi essere governato.

Per via dei meccanismi di potere, più importanti saranno le elezioni presidenziali attese per l’anno prossimo. L’attuale presidente non è popolare ed il paese resta sempre una Repubblica fragile dal processo politico instabile. È certo che i Talebani non faranno sconti e il rischio di nuovi attentati resta molto alto.