Un pilastro che non può reggere

Crisi di un regime

Nel corso dei questi anni la convergenza tra Islam sciita e opposizioni di sinistra apparve come una grave minaccia al potere dello Shah. Ne seguì una repressione, sovente brutale, che alimentò ulteriormente l’ostilità del popolo.

Lo Shah non riusciva a recuperare l’appoggio delle classi medie, fatto paradossale in quanto dipendevano proprio da quello Stato che si ergeva a veicolo di progresso.

Tutto ciò che egli faceva era ormai visto come spreco, affronto, megalomania e fonte di corruzione. Se per Reza il destino dell’Iran era diventare una grande potenza, non si può certo dire che fossero gradite a tutti le trasformazioni della società e dell’economia da lui volute.

 

Con l’aumento del prezzo del greggio seguito alla Guerra del Kippur, gli anni ’70 rappresentarono per l’Iran un periodo di prosperità. Furono tempi di progresso e di vaste migrazioni rurali verso i nuovi centri industriali e urbani che finirono col riflettersi anche sugli equilibri sociali del paese.

Tehran si trasformò in una moderna metropoli sul modello Occidentale, vennero varati imponenti progetti industriali e gettate le basi per una futura industria nucleare. Iniziati con grandi ambizioni, questi progetti non furono visti come spinta al progresso, ma come i sogni di un megalomane.

L’opposizione al regime venne a confondersi con la lotta del clero Sciita a difesa del ruolo della religione e con la protesta rivoluzionaria ostile alla modernità. Agli occhi di molti, Marxismo ed Islam avrebbero dovuto svolgere congiuntamente un ruolo preponderante nel futuro del Paese. Nasceva una vera e propria sfida al potere e si apriva la strada ad una repressione che si sarebbe fatta sempre più dura alimentando la rabbia popolare per poi accendere le fiamme della Rivoluzione.

La caduta

Lo Shah e sua moglie Farah Diba, che aveva ricevuto un’educazione Francese, avevano indubbiamente cercato di migliorare le condizioni del Paese: in buona fede avevano favorito istruzione e cultura, cercando di rendere l’Iran più moderno e meritevole del rispetto dell’Occidente.

Volevano che il Paese assumesse un ruolo di protagonista sulla scena mondiale, elevandosi a guida della regione e garantendo allo stesso tempo i rifornimenti petroliferi agli occidentali. Il suo limite fu quello di voler modernizzare il paese, senza concedere però quelle stesse libertà diffuse in Occidente.

Era opinione frequente che la modernizzazione andasse a beneficio di pochi, i quali finivano con l’arricchirsi enormemente diffondendo anche la corruzione. Molto dure le critiche al colossale ricevimento di Persepoli, indetto per celebrare i 2500 anni della Monarchia Iraniana. Contrapporre il passato imperiale a quello islamico fu un altro degli errori dello Shah.

Che vi fosse del vero in tutte queste critiche è indiscutibile; nessuno però intendeva riconoscere allo Shah quel che di buono aveva fatto e ciò finì con l’acuire le sue tendenze al dispotismo. Il potere nelle sue mani si accrebbe al punto da renderlo sempre più isolato dalla vita della nazione.

Nel 1975 inaugurò un sistema fondato su di un partito unico, il Rastakhiz. Chi non vi aderiva non era degno di essere chiamato iraniano e passava per un traditore meritevole dell’esilio o della prigione.

Manifestazioni scoppiarono all’interno delle università e gruppi di guerriglieri della sinistra intensificarono i loro attacchi contro il regime. Proteste e contestazioni coinvolsero anche le élite laiche, i ceti medi composti da professionisti e il popolo, impregnato di pensiero religioso e legato sia al clero che alla figura carismatica di Khomeini.
Di quest’ultimo nessuno sembrava aver chiare le intenzioni, così come nessuno andava accorgendosi del crescente appoggio che l’Ayatollah raccoglieva nei ceti urbani meno abbienti, nelle aree rurali più arretrate e tra i lavoratori del tutto indifferenti alle speculazioni ideologiche in voga tra le classi agiate e la media borghesia.

Tutta questa massa di persone andava allontanandosi dalla corona e guardava al clero come sola guida morale e politica. A sedurla era l’idea di liberarsi dalla dittatura, affrancarsi dall’Occidente e spartirsi le ricchezze petrolifere. Non parlava la stessa lingua e non condivideva le stesse idee dei rivoluzionari laici, che però non lo capirono e molti temi non furono affrontati.