Gli interessi dell’America

La politica americana interessata alle vicende con l’America Latina e Estremo Oriente

Se da un lato possiamo capire la rilevanza del sentimento isolazionista riguardo i rapporti con l’Europa, dall’altro è possibile vedere come diverse fossero le cose con l’Asia. Nel corso del XIX secolo infatti, anche in quei momenti nei quali gli Americani erano meno disposti verso l’Europa, non pochi furono quelli pronti ad interessarsi e farsi coinvolgere nelle faccende orientali. Si trattava spesso di quelle stesse persone che rifiutavano qualsiasi approccio con le potenze europee.

A seguito della guerra ispano-americana, gli Stati Uniti iniziarono ad emergere come potenza mondiale e dopo il 1898 si mostrarono più disposti a partecipare alle questioni internazionali. Mentre continuavano a mostrare poco interesse per l’Europa, si trovarono invece ben più coinvolti nelle vicende dell’America Latina e dell’Estremo Oriente.

A seguire con più impegno le questioni europee fu il presidente Theodore Roosevelt, che si rendeva conto di quale pericolo potessero rappresentare per la pace mondiale. Non a caso esercitò la sua azione di mediatore nella guerra russo-giapponese, intervenne nella crisi marocchina nel 1905 e svolse un ruolo importante nel riunire la seconda conferenza dell’Aia nel 1907. Le potenze europee sapevano però che agli americani questo suo protagonismo non andava a genio e che il Senato a più riprese aveva manifestato il suo intento di non mutare la tradizionale politica estera del paese.

A crescere fu invece l’interesse per l’Estremo Oriente e soprattutto per la Cina. Gli ambienti nel mondo degli affari vedevano in questo paese un potenziale mercato dalle solide prospettive di crescita ed erano allarmati dalla corsa delle potenze europee per garantirsi concessioni e ritagliarsi sfere di influenza esclusive.

 

La presidenza McKinley

Nel 1899, John Hay, Segretario di Stato del presidente McKinley, fece pressioni sulle potenze europee al fine di ottenere che delle opportunità fossero distribuite equamente a tutte le nazioni. Quando nel 1900 scoppiò in Cina la rivolta nazionalista dei Boxer, pur indicando che non avrebbe abbandonato la sua linea di non interferenza, Washington inviò un corpo di 2.500 uomini per contribuire a riportare l’ordine. Il timore di Hay era che gli europei avrebbero potuto sfruttare questa occasione per aumentare la loro influenza nel paese.

Il Segretario inviò una lettera nella quale elaborava la cosiddetta politica della “porta aperta”, il cui scopo era quello di conservare l’integrità territoriale cinese ed assicurare ad ogni nazione le stesse opportunità di commercio su tutto il territorio di quel paese. Negli Stati Uniti la pubblicazione di questo testo fu accolta con orgoglio pur non essendo nessuno disposto all’uso della forza per farlo rispettare: benché questo principio restasse alla base della politica americana in Estremo Oriente, gli Stati Uniti non si mostrarono disposti ad attuarlo.

Se l’impero cinese non venne tagliato a fette, non fu tanto dovuto alla politica della “porta aperta”, quanto piuttosto all’incapacità delle potenze europee di accordarsi sulla spartizione del bottino di guerra.