Un espansione non prevista e pericolosa

L’espansione dell’Islam saudita

Per via della nutrita presenza di imprenditori esteri e manodopera straniera, la versione saudita dell’Islam finì gradualmente per espandersi in tutta la regione e penetrare nello Yemen, in Egitto, Giordania, Pakistan e Bangladesh.

Il clero saudita decise di agire contro il re che, a modo suo, mostrava di voler modernizzare il paese. Nel 1975 ordì l’assassinio di Faysal per avere osato introdurvi il televisore.

 

Nel 1979, come visto in precedenza, vi fu l’assedio alla Grande Moschea e la casa reale si trovò ad un passo dalla fine. Il clero venne in soccorso alla casa reale chiedendo in cambio più potere nel controllare la vita quotidiana dei sudditi sauditi.
Ammaestrata da questi episodi, la monarchia inaugurò un vasto programma di finanziamenti alla causa wahabita per esportarne il credo e dirottare oltre confine le energie di questi fanatici.

Ingenti somme vennero destinate per la diffusione della fede e la costruzione di scuole, moschee ed istituti in Africa, Asia, Europa ed America. Da lì, il passo a foraggiare la causa dei combattenti islamici in Cecenia, Afghanistan e Kashmir fu breve e non fece che contribuire al rafforzamento dei gruppi più radicali.

L’invasione sovietica dell’Afghanistan potenziò questo ruolo in quanto, quale alleato degli Stati Uniti, l’Arabia Saudita intervenne con ampi finanziamenti alla causa dei guerriglieri islamici. Al loro ingresso nel Paese i russi non percepirono il potere dell’integralismo islamico e non capirono la dimensione religiosa della rivolta.

A seguito della ritirata russa nel 1989, molti pensarono che l’Islam fosse sufficientemente forte da poter combattere e piegare una super-potenza. La rivoluzione iraniana di dieci anni prima aveva anche convinto che l’Islam fosse in grado di abbattere un governo laico.