La storia di un Paese meraviglioso
La lettera al New York Times
Questo lo stato delle cose sino alla pubblicazione, a Giugno, di una lettera dal Presidente Ghani al New York Times. Si dichiarava pronto a negoziare con i talebani.
Almeno metà della popolazione afghana – sosteneva – è giovane abbastanza da non aver mai visto un solo giorno di pace, sogno rimasto elusivo per ben trentotto anni.
Poco prima della fine del Ramadan, quasi tremila studiosi islamici si riuniscono a Kabul per emettere una fatwa: vi si ricordava come il raggiungimento della pace fosse non solo un comandamento di Dio, ma anche un imperativo nazionale.
Tenendone conto, il governo ha decretato unilateralmente un cessate il fuoco della durata di otto giorni. Poco dopo i talebani si sono fatti avanti annunciando a loro volta un cessate il fuoco di tre giorni, ovvero per tutta la durata di Eid el-fitr.
Nessuno avrebbe mai pensato un simile evento possibile. Questo dimostrava che ogni afghano era stanco della guerra e desiderava vederne la fine. Le tregue vennero accolte con gioia da tutto il Paese. I combattenti talebani poterono entrare nelle città e coloro che vi risiedevano riuscirono, spesso per la prima volta dopo anni, a far ritorno senza paura nelle loro proprietà di campagna.
La lettera al New York Times
Funzionari governativi e talebani si abbracciarono. Presero a mangiare e pregare insieme. Rallegrandosi su questa possibilità di pace, per tre giorni gli afghani si sono finalmente sentiti uniti: non più timore di attentati e le famiglie giravano senza pensieri per le strade. Il governo ha poi annunciato il prolungamento della tregua per altri dieci giorni, dichiarandosi pronto in qualsiasi luogo a negoziare con il capo dei talebani.
Benché il Paese fosse frammentato a tal punto che una riconciliazione sembrava molto difficile, se non impossibile, le manifestazioni di gioia esprimevano la forza dell’identità nazionale. Continuare a combattere era più costoso che assumersi il rischio della pace: il popolo afghano meritava di vedere questa guerra chiudersi.