La storia di un Paese meraviglioso
Si prolunga l’agonia
I superstiti inglesi sboccano in un campo innevato acceso dal bagliore implacabile del sole. Accecati, barcollano goffamente. Ondate di cavalieri afghani gli si scagliano contro prendendoli a sciabolate.
Il terreno si apre improvvisamente in un precipizio di circa settecento metri nel quale i fuggiaschi si gettano a capofitto. Riescono così a lasciarsi le nevi alle spalle per trovarsi presto in un deserto di pietraglia. Con gran sollievo si accorgono che l’aria è tiepida. Potevano finalmente riprendere fiato: erano giunti nel versante indiano. Alle loro spalle avevano lasciato novemila caduti.

Sembrava fatta, quando ecco riapparire un Akbar armato di tutto punto. La sua richiesta: una resa totale. Agli Inglesi viene concessa la notte per riflettere. Non senza
coraggio, approfittarono del buio per darsi di nuovo alla fuga. Allo spuntare dell’alba avevano percorso una trentina di chilometri. A colpire è adesso la sete.
Decisa una sosta tra le rovine di un edificio fortificato, i fuggiaschi, l’uniforme in brandelli, si siedono per riposarsi e nutrirsi della carne di quei cavalli che nel frattempo erano morti. Tra grida belluine, ecco riapparire gli uomini delle montagne complici di Akbar. Alla fine della giornata si contano altri duemila morti.
Akbar, inorgoglito dal corso degli eventi, ordina ai suoi di cessare il fuoco. Avvicinatosi agli Inglesi, chiede di trattare con Elphinstone. L’ufficiale si presenta accompagnato da due attendenti. L’incontro inizia con una bella messinscena in lingua persiana per poi virare bruscamente in pashto. I tre vengono aggrediti e catturati. Elphinstone non rivide mai più i suoi uomini e morì in cattività.
Grazie per la lettura
#EdoardoAlmagia

Fine del corpo di spedizione
Durante la notte tra l’11 e il 12 di Gennaio, il tempo vira e il deserto si ammanta di neve. Ulteriori morti. I montanari sparano a casaccio sui superstiti. L’esercito, stremato, riprende la sua fuga. Gruppi di cavalieri afghani si inseriscono tra gli Inglesi e li uccidono a colpi di sciabola.
All’alba del 12, ciò che restava di un fiero e disciplinato corpo di spedizione penetra in una gola che, percorso un tratto, troverà sbarrata da una muraglia di spine. I cavalieri ed alcuni soldati riuscirono a superare l’ostacolo. Gli altri troveranno la morte impigliati tra i rami taglienti.
I superstiti percorreranno poi una vallata dai colori grigiastri. Nel mezzo della notte la loro fuga venne interrotta dal corso di un fiume. Iniziano il guado, quando vengono raggiunti dagli afghani di Akbar. Saranno uccisi quasi tutti che ancora erano immersi nell’acqua.
Quando spunta l’alba del 13 Gennaio non restano in piedi che settanta Inglesi, quattro soldati del corpo indiano e trecento servitori. A fatica si attestano sul colle di Gandamak, dove troveranno presto la morte. Portavano con loro venti moschetti.