Storia di una dottrina

Ascesa di James Monroe

La politica di James Monroe

Le elezioni del 1816 videro i Repubblicani accordarsi sulla figura di James Monroe. In quelle successive del 1820 quest’ultimo venne facilmente rieletto per via della scomparsa del Partito Federalista.

In materia di politica estera Monroe poteva ritenersi un acceso nazionalista. Suo Segretario di Stato fu John Quincy Adams, di convinte idee espansioniste che per via del padre si era costruito una solida esperienza in fatto di questioni internazionali. Ai suoi occhi era la provvidenza stessa a dettare che gli Stati Uniti dovessero diventare i padroni di tutto il continente nordamericano: forte della sua posizione, egli decise di fare della diplomazia uno strumento per raggiungere questo scopo.

Nel corso dell’occupazione napoleonica della Spagna, un certo numero di coloni di discendenza spagnola colsero l’occasione per ribellarsi alla Corona, gesto che avrebbe successivamente portato alle guerre di indipendenza nei territori dell’America Latina ed in parte in quelli del Nord.

Uomini come Simon Bolivar, da tempo ostili al giogo coloniale spagnolo ed influenzati sia dall’esempio della guerra di Indipendenza americana che dalla Rivoluzione Francese, erano riusciti a creare, anche se solo temporaneamente, degli Stati indipendenti. A seguito di alcuni rovesci, questi movimenti indipendentisti stavano riprendendo vigore negli anni successivi al 1816. Sopprimere le rivolte nei territori d’America e restaurare il potere assoluto in casa divennero i principali obbiettivi del Re di Spagna.

Tornando al Segretario di Stato Adams, all’inizio del suo mandato usò il suo talento per comporre alcune vertenze con l’Inghilterra. Egli ottenne poi un importante successo per l’acquisizione delle due Floride: gran parte della colonia era sotto il dominio di Madrid, ma questa non era forte abbastanza per governarla come dovuto.

Per affrontare il problema Washington incaricò il generale Andrew Jackson di andarvi a mettere ordine. Il suo comportamento sul campo suscitò non poca indignazione, al punto che furono molte le proteste sul suo modo di condurre le operazioni. Adams persuase il presidente Monroe a non sanzionarlo e neppure a ritirargli il suo appoggio. In difesa di questa decisione disse semplicemente che se la Spagna non era in grado di governare a dovere la Florida, sarebbe stato meglio la cedesse agli Stati Uniti.
Il governo spagnolo, che doveva anche vedersela con una serie di rivolte nelle sue colonie in Sudamerica, non potè che cedere e nel 1819 entrambe le Floride passarono agli Stati Uniti a seguito del trattato Adams-Onìs. Quest’ultimo servì anche a definire il confine tra il Messico spagnolo e i territori della Louisiana recentemente acquistati da Washington. La Spagna avrebbe anche rinunciato alle sue pretese sull’Oregon e gli americani alle loro sul Texas.

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#EdoardoAlmagia

Il governo Monroe

Nel 1822 il presidente Monroe, lasciatasi alle spalle la questione delle Floride, decise di riconoscere i nuovi governi sorti dalle rivolte sudamericane. Nel frattempo in Europa Austria, Francia, Russia e Prussia avevano costituito la cosiddetta “Santa Alleanza”, che mirava a sostenere i regimi monarchici e reprimere le forze del liberalismo. Una serie di tumulti nel vicino Oriente iniziarono a preoccupare il cancelliere austriaco Metternich, tanto che nel 1822 si aprì un congresso a Verona il cui scopo era conservare l’ordine vigente in Europa.

Lo zar Alessandro fece pressioni sul congresso affinché fosse svolta un’opera di mediazione tra la Spagna e le sue colonie in rivolta. Si trattava di un modo elegante per suggerire un intervento militare nell’America spagnola sulla scia del precedente protocollo di Troppau, che stabiliva un principio di sicurezza collettiva di fronte ai moti rivoluzionari. Tra il 1821 ed il 1823 la Santa Alleanza soffocò i moti in Italia e Spagna. Girarono anche voci che intendesse appoggiare Madrid in un tentativo di riprendersi il suo impero in Sudamerica.

Queste voci rimbalzarono a Washington e crearono in alcuni ambienti non poco allarme: non si trattava solo di questioni di sicurezza ma da parte americana anche del desiderio di esportare il proprio sistema di istituzioni repubblicane. Ad aggravare i timori, un editto russo che mirava ad allargare verso Sud i confini dell’Alaska considerando anche l’eventualità di colonizzare la costa occidentale del Nord America. Quest’insieme di notizie spinsero il presidente Monroe e il suo Segretario di Stato ad manifestare apertamente l’opposizione degli Stati Uniti ad interventi europei nel continente.

Anche gli Inglesi, che nel corso delle guerre napoleoniche avevano incrementato enormemente le loro esportazioni in America Latina ed intendevano conservare questi vantaggi, ebbero da ridire. Non erano contrari dal loro punto di vista a vedere l’impero Spagnolo smembrato in Stati indipendenti, con i quali avrebbero poi avuto l’opportunità di negoziare dei trattati di libero scambio. Erano dunque contrari a vedere restaurato il dominio spagnolo in quelle ex-colonie.

Alle potenze europee fu chiaro che senza la benevola neutralità di Londra nessuna spedizione armata poteva attraversare l’oceano. Le colonie spagnole d’America, soprattutto per l’uso che l’Inghilterra stava in quel momento facendo della sua forza navale, riuscirono così a conservare la loro indipendenza. Ricevuta dalla Francia l’assicurazione che nulla avrebbe fatto per aiutare gli Spagnoli a riprendersi le loro colonie americane, il Segretario di Stato inglese per gli Affari Esteri George Canning si fece avanti nell’Agosto del 1823 per chiedere l’appoggio americano contro ogni intervento europeo sotto forma di una protesta congiunta. Era infatti sua intenzione contrastare la Santa Alleanza e persuadere le potenze europee che Inglesi e Americani stessero operando insieme.

Il presidente Monroe all’inizio accolse con favore quest’offerta e lo stesso fecero Jefferson e Madison, malgrado la loro contrarietà ad assumere impegni verso l’estero. A non essere d’accordo era John Quincy Adams: era sua opinione che l’Inghilterra si sarebbe in ogni caso opposta ad eventuali interventi europei. Tanto valeva allora che gli Stati Uniti agissero per conto proprio piuttosto che “intervenire come una piccola imbarcazione sulla scia della grande nave da guerra britannica”.

Nel messaggio annuale al Congresso del 2 Dicembre 1823, il presidente Monroe emanò una dichiarazione di impronta nazionalista. Non era altro che una indicazione sulla politica che avrebbero seguito gli Stati Uniti nei confronti dei nuovi Stati indipendenti dell’America Latina. Si trattava di quella che sarebbe stata poi nota come la “dottrina Monroe”.

Vi si avvisavano le potenze europee di astenersi da ulteriori tentativi di colonizzazione che sarebbero stati visti come atto di inimicizia verso gli Stati Uniti: agli Europei di tenersi lontani dal continente americano, così che gli Stati Uniti non sarebbero intervenuti nelle loro faccende e non si sarebbero immischiati nelle questioni delle loro colonie americane.

A farla breve, ogni tentativo delle potenze europee di interferire nelle vecchie colonie dell’emisfero occidentale non sarebbe stato tollerato dagli Stati Uniti: le Americhe “d’ora in poi non sono più da considerarsi come oggetto di ulteriore colonizzazione da parte di qualsiasi potenza europea”. Come egli avrebbe detto in seguito riguardo il suo Paese: “Ovunque sia stato o sarà sventolato lo stendardo della libertà e dell’indipendenza, lì saranno il suo cuore, le sue benedizioni e le sue preghiere. Non va all’estero alla ricerca di mostri da combattere, è il benefattore della libertà e dell’indipendenza di tutti, il paladino ed il vendicatore solo dei suoi”.

Questa dottrina, che per la sua efficacia si affidava alla supremazia navale inglese, passò quasi inosservata e non ebbe effetti immediati per una generazione. A tenere a bada le potenze della Santa Alleanza non furono tanto le parole di Monroe, quanto i cannoni delle navi da guerra della flotta britannica, di fatto la sola in grado di minacciare l’indipendenza degli Stati americani.

In un’ottica più vasta, questa dichiarazione emergeva come una sorta di contraltare a quella espressa da Metternich nel protocollo di Troppau che sanciva il principio di intervento contro le rivoluzioni. A questo principio Monroe sostituiva l’idea che se i regimi rivoluzionari in America Latina fossero riconosciuti dal popolo erano da ritenersi legittimi e quindi non dovevano riguardare le potenze europee.

Nessuna delle potenze europee vi prestò molta attenzione. Fu lo stesso zar Alessandro a dire “che il documento meritava solo il più profondo disprezzo”. Gli americani stessi non la presero molto sul serio: i loro interessi in America Latina erano minimi ed una volta sfumata l’idea di una minaccia europea, le loro preoccupazioni semplicemente svanirono. Questa dottrina servì agli Americani per evidenziare l’avversione al dispotismo ed in America Latina a marcare la contrarietà al predominio degli Stati Uniti.