Storia successiva di Herat

La storia di un Paese meraviglioso

Storia successiva di Herat

​Con l’arrivo dei nuovi padroni la città divenne triste. Benché il Khan uzbeko Shaibani cercasse di mostrarsi rispettoso verso le sue tradizioni, da Kabul Babour scriveva: “Shaibani Khan ha stretto una penna tra le rozze dita: questo barbaro colmo di ignoranza osa correggere il nostro Djami e ritoccare il nostro Behzad”.

Nel 1510 lo Shah persiano Ismail riuscì ad espellere gli Uzbeki da Herat. Impadronitosi del castello, brindò nel cranio montato in oro di Shaibani Khan. Questo Shah, turco di fede sciita, si era impossessato pochi anni prima della Persia imponendovi il suo credo. Lo stesso voleva fare adesso con Herat.

​Bennai e quell’allegra banda di amici sopravvissuti della corte Timuride furono impalati uno ad uno. La grande moschea della città venne trasformata in luogo di culto sciita. Trascorsi pochi anni, Ismail decise di lasciare Herat non senza averla prima spogliata delle sue biblioteche, delle sue botteghe d’arte, dei suoi poeti e di Behzad. Di tutto quel bel mondo non rimase che un guscio vuoto.

I nuovi padroni afghani non fecero che mostrare disprezzo verso i loro sudditi sciiti, al punto che spesso, di fronte al minimo misfatto, li offrivano ai predoni turcomanni che, il più delle volte, li rivendevano come schiavi sulla piazza di Bukhara.

La situazione andò aggravandosi a tal punto che, di fronte al rischio di spopolamento della città, il governatore Mar Mohammad dovette trasferirvi dei montanari tagiki. Le vecchie famiglie di Herat costituivano ormai solo il 30% della popolazione.

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#EdoardoAlmagia

Storia successiva di Herat

​Nel XIX secolo la vecchia città, costruita con mattoni di fango e paglia disseccata, stava tornando allo stato di sabbia e di poltiglia. Aveva già perduto il suo più insigne monumento, la Mosalla, rasa al suolo nel 1885 da ingegneri inglesi agli ordini di Abd er-Rahman. Dovevano costruire un campo di tiro in difesa di un attacco russo che non arrivò mai. Si trattava del suo grande e celebre centro di studi religiosi, ricoperto per intero di risplendenti ceramiche dai vivacissimi colori.

Passati meno di cento anni, nel 1959 iniziarono i lavori della grande strada Trans-Asiatica che col suo vasto manto di asfalto si portò via parte di quel che rimaneva della città antica.

​Questa strada apriva al mondo un paese che, in passato, solo per arrivarci era necessario organizzare una spedizione. Non a caso, fino all’inizio degli anni sessanta, fermarsi ad Herat era come uscire dai sentieri del tempo.

Negli anni settanta Herat fu invasa da migliaia di turisti occidentali spesso in cerca di droghe, emozioni ed anticaglie. Di questi molti erano hippies e la città forniva loro quello che veniva considerato il miglior hashish del mondo.