La storia di un Paese meraviglioso
Un colpo di Stato
Nella notte del 16 Luglio il castello di Kabul veniva circondato da mezzi blindati. Il capo della guarnigione della città fu messo agli arresti dato che lui stesso stava ordendo un suo proprio colpo di Stato. All’alba del giorno successivo partì l’ordine di arresto per il Primo Ministro. Dopo alcune ore il principe Daoud proclamava la Repubblica.
Il popolo si riversò per le strade esprimendo la sua gioia. Incarnandosi Repubblicana, la casta reale riuscì a tornare al potere escludendo definitivamente l’ipotesi di un ritorno della monarchia. Dietro a tutto ciò era chiara la mano di Mosca che aveva agito con lo scopo di escludere l’influenza di Washington sul paese.
Promosso con l’appoggio delle due fazioni del partito PDPA questo colpo di stato era avvenuto in maniera incruenta. Si può dire che con la deposizione di Zaher Shah era stata messa la parola fine ad percorso che avrebbe in realtà potuto condurre il Paese verso una monarchia più aperta e liberale. Daoud pose termine a tutto rinnegando anche la Costituzione del 1964. Appoggiato da Mosca avviò presto un processo di riforme laicizzanti atte a modernizzare il paese.
Con energia e prudenza, egli agì per conservare l’indipendenza nazionale e rendere più stabile il regime in un ambiente ancora feudale e ferocemente religioso. Il fardello che la monarchia si era lasciata alle spalle era pesante e, non a caso, nel giro di pochi anni l’Afghanistan si era trasformato in un vero e proprio santuario internazionale di trafficanti di droga.
Una riforma agraria non era più rinviabile. Si iniziò subito a discutere su come affrontare il tema delle campagne: si trattava di spezzare il sistema feudale e, in particolare, abolire il potere degli Arbab, notabili che controllavano la distribuzione dell’acqua. Riformare l’intero processo dell’economia rurale da solo non bastava in quanto era urgente trovare anche un modo funzionale per allargare la base dei contribuenti.
Un colpo di Stato
Per evitare il rischio di nuove sollevazioni militari, venne modificata l’intera struttura delle forze armate, cosa che portò a episodi di diffusa corruzione. Non di rado era possibile vedere nel Bazar della città ufficiali vendere le munizioni destinate ai loro reparti.
I rapporti sociali tra le classi rimanevano difficili e l’aristocrazia continuava ad essere lontana dal popolo. Dalle ormai acquisite abitudini occidentali, questa volgeva lo sguardo al mondo capitalista e, per mostrarsi libera dai precetti religiosi, molti dei suoi esponenti non esitavano a bere ed ubriacarsi. Poverissimo, e sempre permeato di zelo religioso, il popolino la osservava con disprezzo. Le classi medie, pur invidiando l’aristocrazia e cercando di copiarne i modi, conservano intatto anch’esse il loro attaccamento all’Islam.
La gioventù non mostrava grande interesse per lo studio, ben sapendo che non le avrebbe aperto nessuna porta. Provenienti clandestinamente dall’Iran, per i giovani della borghesia di sinistra erano comunque disponibili numerose traduzioni delle opere di Marx. Presto si assisterà ai primi scontri tra manifestanti di sinistra, coscienti delle condizioni ancora feudali nel quale viveva parte della popolazione e gruppi del capitolo afghano dei Fratelli Musulmani.
Per le vie di Kabul i veli divenivano sempre più rari, ulteriore segno di cambiamento, ma affronto al puritanesimo dei religiosi. Nei ranghi dell’aristocrazia l’educazione era occidentale e non di rado nel corso dei ricevimenti nelle sale del castello le signore si presentavano senza velo. Opposta era la situazione nel mondo arretrato e patriarcale delle campagne dove solo come madre la donna era considerata un essere umano.
Tra le file della borghesia le mogli continuarono a portare il velo, mentre le figlie iniziarono a recarsi a scuola a capo scoperto. Cresceva tra i mullah l’indignazione nel vedere calpestato il loro sentimento religioso. Le genti dei distretti rurali si erano sempre mostrate ostili ai cambiamenti e allo stravolgimento delle tradizioni religiose e anche tra loro l’insofferenza andava crescendo.
In politica estera Daoud cercò di emanciparsi gradualmente dall’ingombranza sovietica. Pensò di collocare il suo Paese tra le fila dei Non Allineati, scelta che gli alienò le simpatie dei Democratici Popolari dell’Afghanistan. Mirava anche a rilanciare l’irredentismo pashtoun e estendere la loro area di pertinenza. Questo finì inevitabilmente per coinvolgere la già delicata situazione dei territori di frontiera all’interno del Pakistan, noti come Territori Tribali.
In risposta, Islamabad si operò nel fomentare una rivolta contro il vicino e provocare una crisi economica al suo interno. Le merci destinate all’Afghanistan passavano infatti per il Pakistan, che gli serviva anche da accesso al mare. La manovra finì col dare il colpo di grazia a Daoud, che nel frattempo si era scagliato contro le forze di sinistra attive nel suo Paese.
Con la complicità dell’Unione Sovietica egli venne ucciso insieme a numerosi membri della sua famiglia.