Speranze che arrivano da Stoccolma
Un primo passo verso la pace nello Yemen
In Svezia, a Stoccolma, si è da poco concluso l’incontro tra la delegazione dei ribelli Houthi e quella del governo Hadi. L’inviato delle Nazioni Unite si è dichiarato soddisfatto dei risultati e non nasconde un certo ottimismo in vista di futuri accordi.
Ha fatto sapere che le delegazioni hanno dato prova di buona volontà, ma che i tempi non potranno essere brevi. All’incontro non erano rappresentati gli elementi delle aree dello Yemen Sud.
Oggi un governo yemenita non esiste e quello del presidente Hadi, rifugiato per il momento in Arabia Saudita, rappresenta poco più di se stesso. E’ certo che per recarsi in Svezia gli Houthi abbiano ricevuto delle garanzie.
All’incontro si sono recate due delegazioni di dodici membri ognuna. Dato che si è svolto nell’ambito delle Nazioni Unite, erano presenti anche un certo numero di ambasciatori stazionati nello Yemen come quelli di Francia, Germania, Cina, Gran Bretagna e Arabia Saudita.
L’intenzione di mettere le cose a posto c’è, ma va detto che sia la Monarchia Saudita che gli Emirati guarderanno con attenzione alla salvaguardia dei loro interessi. Si tratta per loro di un conflitto molto costoso nel quale l’Arabia Saudita si trova in posizione piuttosto delicata. A rendere meno agevole le cose vi è anche il fatto che questo conflitto risulta essersi impantanato.
La situazione sul campo è tale che nessuna delle parti riuscirà mai ad avere il sopravvento: l’impossibilità di una vittoria costringe tutti a cercare una soluzione che da soli purtroppo non riescono a trovare. Da qui la necessità di un coinvolgimento esterno.
L’emergenza umanitaria nello Yemen si è talmente aggravata da toccare le sorti di circa 20 milioni di persone. A questo punto tutte le possibilità vanno prese in considerazione.
Le Nazioni Unite avranno da svolgere un ruolo importante nel tenere la situazione sotto controllo, salvaguardare l’incolumità delle parti e accompagnare il Paese nella direzione di un equilibrio atto a condurre alla pace.
Questo compito viene reso più arduo dall’estremo frazionamento sul terreno e dal ruolo importante che tutt’ora vi giocano gruppi tribali e clan.
La conferenza si è conclusa con strette di mano e l’espressione soddisfatta del Segretario delle Nazioni Unite Gutierres. I dettagli di quest’accordo verranno presentati al Consiglio di Sicurezza.
Mentre si andavano svolgendo questi eventi, aumentavano le pressioni americane per porre termine al conflitto. La guerra civile nello Yemen è scoppiata all’inizio del 2015 al momento della cattura della città di Sana’a, capitale del Paese, da parte dei ribelli Houthi.
L’Arabia Saudita, gli Emirati e altri paesi arabi hanno formato una coalizione per venire in soccorso al nuovo presidente Hadi. Questa è stata appoggiata e rifornita di armi soprattutto dagli Stati Uniti e dagli inglesi. Il motivo che ha spinto i sauditi ad intervenire è stato il timore di un estendersi dell’influenza dell’Iran nella regione.
Riyadh ha fatto sapere che farà di tutto per bloccare i tentativi di penetrazione iraniana e che controllerà l’andamento del processo di pace.
Riguardo l’azione dell’Iran non si fa che parlarne, ma il ruolo del paese è tutto sommato marginale. Per Tehran lo Yemen non ha la stessa rilevanza strategica che ha per l’Arabia Saudita: questi ultimi due paesi hanno in comune una lunga linea di frontiera.
Le divisioni religiose vi hanno meno importanza di quel che generalmente si pensa. Sono state soprattutto strumentalizzate da Riyadh in funzione anti-iraniana e hanno scarso peso nell’andamento del conflitto. In quanto agli Iraniani, il loro limitato coinvolgimento ha come scopo soprattutto quello di infastidire i sauditi.
Il Nord del paese conta sui venti milioni di abitanti. Controllata dagli Houthi, è la parte più popolata dello Yemen.
Il Sud ha tendenze secessioniste e vi si trovano aree nelle quali si è impiantata la rete di al-Qaeda. Vi operano anche gli Emirati, interessati alle zone costiere. La questione dei separatisti del Sud non è stata sollevata.
Si è intanto raggiunto un accordo per una tregua nel porto strategico di Hodeidah, attualmente controllato dai ribelli e messo in ginocchio da sei mesi di attacchi da parte delle forze governative. La situazione era tale che nessuna delle parti era disposta a cedere se non dopo la resa dell’altra.
Da questo porto sul Mar Rosso deriva una discreta percentuale degli introiti che i ribelli Houthi incassano. Vi sarà un cessate il fuoco, le forze combattenti dovranno gradualmente ritirarsi e seguirà l’invio di trenta osservatori internazionali per garantirne la riapertura.
Lo scopo è anche quello di migliorarne le infrastrutture per aumentarne le capacità. È un fatto molto importante perché si tratta del punto di sbarco per la gran parte degli aiuti umanitari destinati al Paese e vi transita anche l’80% delle merci importate. Verrà anche aperta la strada che lo unisce al resto dello Yemen.
Questo porto è stato il luogo di violenti scontri a seguito di un’offensiva lanciata dalla coalizione diretta dall’Arabia Saudita. I combattimenti hanno inasprito questo conflitto che è stato descritto come il peggior disastro umanitario al mondo. Più dei due terzi dei suoi abitanti sono stati costretti a fuggire dalle loro dimore per paura della violenza fra le due parti.
L’ intervento saudita nello Yemen è stato promosso dal principe ereditario Mohammed bin Salman e ha dato seguito ad una massiccia offensiva aerea criticata per aver colpito scuole, mercati, ospedali, matrimoni e funerali. Questa campagna, spesso indiscriminata, ha contribuito a portare il Paese al disastro e alla fame, che si pensa abbia ucciso qualcosa come 85.000 bambini.
I costi umani della guerra, l’atroce omicidio del giornalista Jamal Khashoggi e una serie di fotografie di bambini ischeletriti apparse sul New York Times hanno intensificato le pressioni internazionali per porre fine a questo conflitto. Si è inoltre deciso per un cessate il fuoco in quelle regioni dello Yemen colpite dalla carestia.
Da entrambe le parti sono poi state fornite liste con i nomi di qualcosa come 15.000 prigionieri da scambiare in un prossimo futuro. In precedenza il governo yemenita aveva accettato il trasferimento in Oman di cinquanta feriti Houthi per ricevere adeguate cure ospedaliere.
Ancora da risolvere è l’apertura dell’aeroporto internazionale di Taiz e delle strade che da lì si diramano verso il resto del Paese. Nessun accordo neanche per quello di Sana’a, ormai chiuso da tre anni. Si era raggiunta un’intesa riguardo i voli interni.
Resta il problema dei voli internazionali che i ribelli Houthi vorrebbero ripristinare ma che la coalizione a guida saudita rifiuta di prendere in considerazione. Il controllo dei cieli – ricordiamolo – appartiene a quest’ultima.
Giunti a questo punto, la diplomazia internazionale ritiene che le discussioni tra le parti dovrebbero riprendere verso la fine di Gennaio. Affronteranno il problema della risoluzione politica del conflitto ed un’eventuale condivisione del potere tra le due parti. Chi piloterà il paese non è ancora possibile saperlo. Le soluzioni potrebbero essere più di una: per trovare quella giusta servirà tempo.
Altre considerazioni
Comunque vada a finire, e data la natura stessa del paese, se si vorrà giungere a qualche forma di stabilità sarà indispensabile affrontare il problema della frattura tra la popolazione civile e le élite politiche. E’ probabile che, come nei casi recenti della Libia e della Siria, ci possa presto arrivare ad una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
Sarà anche urgente studiare come rimettere in piedi l’economia del Paese, problema non ancora affrontato. Lo Yemen è la nazione più povera del mondo arabo ed è dotato di scarse risorse. Le sue possibilità di sviluppo sono dunque limitate. Oggi i tre quarti della popolazione dipendono dall’arrivo di aiuti umanitari.
Bisognerà trovare quale ruolo affidare alla Banca Centrale dello Yemen, che con tutta probabilità avrà il compito di ricevere i proventi dell’attività portuale di Hodeidah e altri introiti ancora da definire. Di petrolio non ve n’è grande quantità e la sua estrazione non sarà in grado di risolvere i problemi di una popolazione che si aggira intorno ai trenta milioni.
Anche il Dipartimento di Stato Americano chiede di fermare il conflitto che, oltre ai menzionati costi umani spaventosi, sta contribuendo alla destabilizzazione della regione. Lo stesso vale per il Senato di Washington, ove si è raggiunto un accordo di condanna della guerra e dell’azione di Riyadh.
Anche l’opinione pubblica americana si è mostrata ostile a sostenere l’azione dell’alleato saudita che sta imponendo tanta sofferenza ad un intero popolo. Queste prese di posizione, come precedentemente citato, sono state orientate anche dall’impatto provocato dall’affare Khashoggi: ucciso e fatto a pezzi all’interno del consolato saudita di Istanbul.
Particolarmente accesa la dichiarazione del senatore democratico Bernie Sanders, che ha descritto l’Arabia Saudita come regime dispotico e assassino che non rispetta né la democrazia né i diritti umani.
Uno strano caso politico
Per l’inviato speciale delle Nazioni Unite, Martin Griffiths, era essenziale essere imparziale ed evitare giudizi sulle parti in conflitto. Si era iniziato partendo da ambizioni limitate: si arrivati poi ad alcuni rilevanti punti di intesa. È speranza dell’inviato speciale che da questi passi iniziali si possa giungere alla conclusione di quello che vede come il peggior conflitto del secolo.
Questa mediazione delle Nazioni Unite è anche il risultato di un lavoro di gruppo. Vi hanno contribuito venti funzionari ed un certo numero di ambasciatori di paesi accreditati nello Yemen che, a turno, hanno fatto la spola tra le delegazioni.
È stato un lavoro che ha permesso di tessere pazientemente quella tela che si è conclusa con risultati tutto sommato tangibili ed apprezzabili. Le due delegazioni non avevano mai in precedenza lavorato insieme, né i loro membri si erano mai trovati prima a dialogare.
Date i presupposti, i risultati di questo primo incontro possono dirsi incoraggianti. Le due parti hanno affermato volersi presto rivedere. Difficile pensare che la conclusione dei negoziati si è avuta con questo primo incontro in Svezia: altri passi dovranno inevitabilmente seguire.
Le Nazioni Unite si augurano di poter presto assistere alla riapertura dell’aeroporto di Sana’a. Riguardo quello di Taiz, pensano di creare un comitato tra le due parti per la riapertura delle aree di passaggio e la rimozione delle mine poste attorno alla città. A Gennaio dell’anno nuovo dovrebbe riprendere il dialogo e verificare il rispetto degli accordi raggiunti.
A proposito dell’incontro svedese, il Segretario di Stato americano Mike Pompeo ha dichiarato di ritenere la pace possibile. L’Iran, dal canto suo, ha detto di rallegrarsi dei progressi compiuti. Tra poco sbarcherà a Hodeida un nuovo rappresentante delle Nazioni Unite.