L’economia americana dopo la guerra di Secessione
Gli Stati Uniti dopo la guerra
Il Paese uscì dalla Guerra di Secessione con tutte le carte in regola per diventare una grande potenza mondiale. La sua industria, già in forte espansione, era stata capace di sostenere lo sforzo di una guerra moderna. Alla fine del conflitto gli Stati Uniti possedevano anche la flotta più potente ed erano in grado di schierare un esercito pari a quello di qualsiasi potenza europea.
Questa forza non risultò evidente, in quanto la distanza geografica continuava a proteggere gli americani dalle baruffe europee e nessun vicino ne minacciava la sicurezza. Di conseguenza, una volta terminata la guerra l’esercito e la marina furono in gran parte smobilitati mentre il servizio diplomatico operava al minimo: nei dieci anni dal 1880 al 1890 gli Stati Uniti non ebbero ambasciatori all’estero e furono rappresentati da qualcosa come 25 incaricati d’affari. L’intero Dipartimento di Stato contava in tutto 60 persone.
Tranne per i fatti visti in precedenza, i rapporti con l’estero si ridussero alla gestione di questioni minori quali una controversia con l’Italia per il linciaggio di alcuni immigrati a New Orleans, problemi con l’immigrazione cinese, controversie con l’Inghilterra sulla navigazione nel mare di Bering, complicazioni con il Cile per una rissa scatenata a Valparaiso da alcuni marinai americani e ostracismo da parte tedesca riguardo l’importazione di prodotti derivati da carni suine. Pertanto, fino al 1890 la politica estera americana non ebbe scopi o indirizzi precisi. Ad assorbire il paese non furono tanto le questioni internazionali quanto i problemi interni, che andavano ancora affrontati e risolti e richiedevano l’impegno di notevoli energie.
Da questi anni di conflitto il Sud emerse devastato e con la sua economia a pezzi. Ad essere distrutta anche la sua classe dirigente. La sua forza lavoro al contrario ne uscì liberata, spazzando via ogni ostacolo all’affermarsi di un’economia capitalistica fondata sul lavoro libero. Rimase però aperta la questione dell’equilibrio dei poteri tra gli Stati ed il governo federale, tanto da restare virulenta fino all’epoca dello scontro sui diritti civili e durare ancora oggi.
Gli Stati Uniti avrebbero presto conosciuto la crescita economica più sostenuta del mondo. Da questa sarebbe derivato un significativo consolidamento politico ed economico, liberale e democratico nei suoi princìpi, sorto in un clima favorevole per l’impresa privata. La politica dei partiti sarebbe stata dominata soprattutto da questioni etniche, religiose, settoriali ed anche economiche.
La colonizzazione interna dopo il 1865 venne facilitata da progressi tecnologici quali l’introduzione dell’aratro d’acciaio, l’uso della recinzione di filo spinato e la diffusione della pistola a sei colpi. I bufali e gli Indiani, di conseguenza, furono in grado di sopravvivere solo in riserve protette.
Gli anni dallo sviluppo dell’industria degli Stati Uniti
Gli anni tra il 1877 ed il 1892 corrisposero al periodo di maggior crescita dell’industria americana: le fabbriche triplicarono la loro produzione, tanto che nel 1890 gli Stati Uniti emersero come la prima potenza industriale del mondo. Alla fine del secolo, il volume della produzione siderurgica, meccanica, petrolifera ed elettrica raggiunse il primato mondiale superando persino Inghilterra e Germania. In quanto alla rete ferroviaria, questa era più estesa di quella europea, incluse Inghilterra e Russia.
Dal punto di vista demografico la popolazione americana aveva superato quella di qualsiasi paese europeo ad eccezione della Russia. Tra il 1865 ed il 1910 il numero degli americani si era moltiplicato per tre e, se è vero che da un lato iniziava a diminuire il tasso di natalità per via dei progressi della medicina e dell’igiene pubblica, dall’altro si riduceva quello di mortalità.
Col passaggio dalla navigazione a vela a quella a vapore andò crescendo anche il numero degli immigrati, tanto che dopo il 1880 la legislazione sull’immigrazione si fece più complessa e restrittiva.
Riguardo i centri urbani, alla fine della Guerra Civile New York era la terza città per numero di abitanti e nei successivi trent’anni sarebbe passata da un milione a tre milioni e mezzo di abitanti; Filadelfia era più grande di Berlino e passò da 560mila a 1 milione e 300mila abitanti; Chicago era al secondo posto, passando da 100mila abitanti a 1 milione e 700mila.
Nel 1900 un americano su tre viveva in città ed oltre 40 centri urbani contavano più di 100mila abitanti: per fare un esempio, Minneapolis da 2.500 abitanti era passata a 200 mila e Los Angeles da 5.000 a 100 mila. A conoscere invece un graduale spopolamento furono le aree rurali.
Col progredire della Rivoluzione Industriale apparvero le prime reti tranviarie, New York e Boston si stavano dotando di una metropolitana e gradualmente si diffondeva l’illuminazione elettrica. Sorsero i primi grattacieli, nelle abitazioni si diffondeva l’uso del telefono e della macchina da cucire e nei negozi si potevano trovare alimenti in scatola. In quanto al cittadino, questo poteva adesso usufruire del fonografo, della macchina fotografica, di spettacoli di massa, cinematografo incluso. Appare l’automobile, nasce lo sport e si sviluppa l’istruzione. All’inizio del Novecento negli Stati Uniti venivano pubblicati 2.190 quotidiani, insieme a 15.813 settimanali, più che nel resto del mondo.
Quella americana era diventata l’economia più produttiva del mondo, il paese cresceva e progrediva mentre il suo governo si era fatto più forte, stabile e centralizzato. Unendo i due Oceani, gli Stati Uniti erano riusciti anche a crearsi una sorta di impero al loro interno.