Rivolta cubana e Fish
Questione Cuba
A complicare ulteriormente le cose ad Hamilton Fish, una rivolta scoppiata a Cuba nel 1868 contro la Corona spagnola. Considerata come “la zuccheriera del mondo”, l’isola di Cuba aveva già attirato le mire degli Stati Uniti tanto che nel 1854 era stata segretamente offerta una sostanziosa somma alla Spagna per il suo acquisto. La proposta venne ritirata quando la notizia divenne di dominio pubblico.
Numerosi giornali ed esponenti politici americani cercarono subito di sfruttare la rivolta. L’iniziativa più importante vide la luce nel Congresso: si voleva presentare una risoluzione che concedesse ai ribelli cubani lo status di belligeranti come primo passo verso il riconoscimento della loro indipendenza.
Al presidente Grant l’idea piaceva, a Fish per nulla: secondo lui non era il caso che gli Stati Uniti si accollassero i problemi di Cuba e della Spagna quando già stavano affrontando tutte le difficoltà inerenti al periodo della Ricostruzione. Vi era inoltre un altro problema: mancava qualsiasi base giuridica di diritto internazionale per appoggiare i ribelli. Questo riconoscimento, se concesso, avrebbe compromesso i negoziati in corso con Londra già di per se piuttosto difficili. Se gli Inglesi erano stati accusati di aver concesso lo status di belligeranti ai ribelli del Sud, e pertanto di non essersi comportati correttamente, come potevano gli Stati Uniti giustificare le loro critiche agli Inglesi se poi a loro volta facevano lo stesso con i Cubani?
Questa argomentazione ebbe effetto su Sumner, il quale non desiderava intralci nel suo contenzioso con l’Inghilterra. Più difficile fu persuadere il presidente Grant che aveva preparato per il Congresso un messaggio a favore del riconoscimento dei ribelli cubani. Poco dopo anche lui si convinse delle buone ragioni di Fish e gli fu grato per avergli risparmiato un grave errore.
In soccorso a Fish giunse inaspettatamente la notizia che il presidente si era fatto coinvolgere in un curioso progetto di acquisto dell’isola di Santo Domingo. Il caso si trasformò presto in quello che sarebbe diventato l’episodio chiave della politica estera americana di quel periodo. Tanto per cambiare, il governo di Santo Domingo era sull’orlo della bancarotta: i notabili dell’isola decisero che per loro l’unica via d’uscita possibile per restare al potere era vendere l’isola agli Stati Uniti e, dopo l’annessione, intascare qualche lauta somma con l’alienazione di terreni pubblici.
Per portare a termine il progetto, i politici locali organizzarono a Washington una vera e propria opera di persuasione entrando in rapporti con Orville Babcock, segretario personale del presidente Grant. Tramite lui convinsero il presidente ad inviarlo a Santo Domingo per meglio accertarsi della faccenda. Babcock, al quale poco interessavano le questioni di protocollo, si ripresentò a Washington con in tasca un trattato di annessione negoziato da lui stesso: l’acquisto dell’intera isola per la somma di un milione e mezzo di dollari. Il punto dolente era che nessuno si era preso la briga di avvisare Hamilton Fish, il quale si infuriò a tal punto da minacciare le dimissioni.
La faccenda si concluse con la revisione dell’intera procedura da parte dei due governi e la conclusione di un trattato pienamente legale tramite i canali ufficiali, non con un semplice accordo col segretario particolare del Presidente. In questo modo Hamilton Fish mostrò la sua lealtà verso il presidente, anche se poi si celava dietro un altro motivo: se il presidente Grant avesse continuato ad occuparsi del trattato, avrebbe lasciato cadere la faccenda di Cuba rendendosi conto che non aveva senso irritare Madrid quando era ancora in corso l’annessione di Santo Domingo. E così avvenne.
Le intenzioni del Presidente Grant
La strana faccenda di Santo Domingo ebbe delle conseguenze non trascurabili sul futuro della carriera del Segretario di Stato. Questa infatti portò ad un insanabile frattura tra il presidente Grant ed il senatore Charles Sumner.
Grant intendeva infatti far passare al Senato il trattato con Santo Domingo, tanto che fece uso di tutta la sua influenza per convincere i più importanti membri di quell’assemblea. Tra questi il più influente era Sumner che di fronte al testo, in un intervento non privo di livore, disse che si sarebbe concluso in un “ballo di sangue”. Per via del suo passato abolizionista egli non voleva aggiungere all’Unione una repubblica di neri: il trattato di annessione non ottenne i 2/3 dei voti necessari e naufragò il 30 Giugno 1870.
Il presidente Grant si seccò moltissimo e finì col gettare tutto il discredito su Sumner che non lo perdonò mai, al punto di descriverlo come “uomo di colossale ignoranza”. In risposta Grant decise di sbarazzarsi di Motley, il ministro che Sumner aveva personalmente inviato alla Corte di San Giacomo ed escludere quest’ultimo dal Comitato Affari Esteri del Senato. Questa frattura fornì ad Hamilton Fish l’occasione che da tempo cercava: poter riprendere il dialogo con Londra senza timore delle reazioni del Senato. Come vedremo più avanti, tra il 1870-1871 a suo favore arrivò al potere in Inghilterra un nuovo esecutivo pronto a risolvere il contenzioso delle richieste di indennizzo da parte americana.
A Washington si era capito che in questi anni l’idea del Destino Manifesto non aveva più lo stesso richiamo. Sia il mondo degli affari che la comunità intellettuale si erano opposti all’annessione dell’isola di Santo Domingo e questo stesso clima lo avevano fiutato anche quei senatori favorevoli al trattato.