Attriti tra Francia e Inghilterra e guerra del 1812
1812 la guerra dei diritti di neutralità
Nel 1803 erano anche riprese le ostilità tra Francia ed Inghilterra. Non potendo affrontarsi direttamente, queste due potenze cercarono altri modi per combattersi e decisero di nuocersi a vicenda riguardo gli scambi commerciali. Gli Stati Uniti, che si trovavano ad essere i principali trasportatori neutrali, finirono inevitabilmente col trovarsi coinvolti nella faccenda. Il presidente Jefferson era al suo secondo mandato e la questione della difesa dei diritti marittimi del suo paese lo preoccupava non poco.

Nel corso della loro rivalità, Francia ed Inghilterra non avevano rispettato i diritti di neutralità americani, tanto che dal 1803 al 1812 vennero sequestrati centinaia di mercantili. Nello stesso periodo vi furono numerosi episodi di arruolamento forzato da parte inglese che si conclusero con la cattura di alcune migliaia di marinai americani. Tutto ciò ferì l’orgoglio nazionale, fece infuriare Jefferson e colpì gravemente il traffico commerciale americano insieme ai suoi armatori, con il risultato che ne seguì una generalizzata depressione economica.
L’astio fu diretto in modo particolare contro gli Inglesi. Dopo alcuni tentativi diplomatici di scarso successo per porre rimedio alla situazione, nel marzo del 1809 il Congresso votò il “Nonintercourse Act”, che però non era di facile applicazione. Nel maggio dell’anno successivo venne adottato il “Macon’s Bill no.2”. Napoleone poco dopo revocò i suoi decreti nei confronti del commercio americano. Il neoeletto presidente Madison si affrettò a questo punto a ripristinare il “Nonintercourse Act” a danno degli inglesi.
Mentre erano in corso questi eventi, all’interno del Paese si susseguivano gli scontri con quelle tribù indiane che erano spesso in contatto con funzionari britannici. A seguito della firma del trattato di Greenville dell’Agosto 1795 gli Americani acquisirono la maggior parte di quei territori che più tardi sarebbero andati a formare lo Stato dell’Ohio. Dopo l’acquisizione della Louisiana gli Indiani del Nord Ovest, in seguito a minacce, episodi di corruzione e non pochi imbrogli, furono costretti a cedere migliaia di chilometri quadrati di territorio ad est del Mississippi. Alcuni anni dopo apparve sulla scena un grande capo indiano di nome Tecumseh. Questi era fermamente contrario ad ogni ulteriore perdita di territorio a vantaggio degli americani, così come era certo di poter fare affidamento sugli Inglesi.
Il governatore dell’Indiana William Henry Harrison riuscì a distruggere il quartier generale indiano nella battaglia di Tippecanoe del il 7 Novembre del 1811. Sul campo furono recuperati un certo numero di fucili di recente fabbricazione britannica. Di fronte a questa scoperta gli abitanti della frontiera si convinsero che sarebbero stati al sicuro solo dopo aver cacciato gli Inglesi dal Nord America. I coloni del Nord Ovest reclamarono quindi la conquista del Canada, mentre quelli della frontiera meridionale volevano impossessarsi della Florida a spese della Spagna. Tutti questi erano ferventi nazionalisti che, unendo i loro sforzi agli interessi degli armatori, gridavano di non potersi considerare figli di una nazione indipendente finché si fossero accettate passivamente interferenze nei loro commerci ed affari. Il loro capo era Henry Clay.
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#EdoardoAlmagia

Verso la guerra del 1812
Salito alla presidenza della Camera dei Rappresentanti, insieme ad un gruppo di suoi amici sparsi nei vari comitati chiave, Clay decise di spingere gli Stati Uniti verso la guerra. Il presidente James Madison non era un guerrafondaio ma allo stesso tempo era scettico sulle possibilità di un mutamento della politica inglese. Per non vedersi escluso dalla nomina per le elezioni del 1812, egli inviò al Congresso una richiesta di guerra nella quale esponeva gli abusi commessi dagli Inglesi.
I motivi della guerra erano piuttosto chiari e questi alcuni stralci delle dichiarazioni di Madison al Congresso: “La condotta del governo di Sua Maestà presenta una serie di atti ostili agli Stati Uniti come nazione indipendente e neutrale…migliaia di cittadini americani sotto la tutela del diritto pubblico e della loro bandiera nazionale sono stati strappati al loro Paese….Vascelli da guerra inglesi hanno preso l’abitudine di violare anche i diritti e la pace delle nostre coste”.
Il 18 Giugno 1812 il Congresso rispose con una dichiarazione di guerra che finì col rivelare una profonda frattura sia di carattere regionale che partitica nell’opinione pubblica americana. La maggioranza dei suoi componenti si era schierata con il presidente Madison a favore della guerra con l’Inghilterra. Si trattò di un voto di parte, in quanto molti dei Repubblicani si erano espressi a favore e ad opporsi invece tutti i deputati federalisti.
La speranza era quella di spingere la Corona inglese ad una risoluzione più favorevole di queste dispute marittime con, inoltre, la speranza di conquistare il Canada e spezzare la sua influenza in quelle parti del Paese dove si era alleata con le tribù indiane per infastidire i coloni americani e rendere loro più difficile l’espandersi sul continente.
Il paese era però impreparato alla guerra, le sue casse praticamente vuote e le Forze armate ridotte all’osso. Quello che agli americani sembrava a portata di mano era l’invasione del Canada, difeso al confine da non più di 4500 uomini e scarsamente abitato: contava non più di 500 mila abitanti e la sua lealtà all’Inghilterra era incerta. Due terzi della popolazione erano infatti di origine francese, un’altra parte composta da esuli della Rivoluzione Americana ed il resto da coloni inglesi. Impegnata a combattere Napoleone, l’Inghilterra non era in grado di inviare rinforzi.
Conclusa nel 1814 la guerra contro la Francia, Londra spedì 20 mila uomini di rinforzo in Canada e mise fine alle ambizioni americane. Anche sul mare gli Inglesi riuscirono ad avere la meglio e alla fine dell’estate un loro contingente era riuscito ad entrare a Washington e per rappresaglia a dar fuoco alla Casa Bianca, al Campidoglio e ad altri edifici pubblici.
Nella Nuova Inghilterra iniziarono a sorgere nel corso del conflitto dei fermenti secessionisti, tanto che nel Dicembre 1814 alcuni suoi delegati si riunirono ad Hartford per discutere una riforma del patto nazionale. Una volta giunti a Washington, i commissari inviati dalla Convenzione di Hartford erano convinti di poter dettare le loro condizioni ad un governo vicino a cadere quando improvvisamente giunse la notizia di una straordinaria vittoria a New Orleans e della firma di un trattato di pace. La guerra in Europa si era nel frattempo conclusa ed entrambe le parti decisero di porre termine ad un conflitto per loro inconcludente.
Impegnati a fondo nel combattere Napoleone, per gli Inglesi questa guerra fu cosa irritante ma di poca rilevanza. Lasciò invece negli Americani un senso di durevole ostilità verso Londra. Anche in questo caso gli Stati Uniti si erano mostrati non solo disposti, ma anche capaci di difendere i loro interessi contro quella che all’epoca era la maggiore potenza mondiale.
Questo episodio mise fine alla dipendenza della giovane nazione dalle vicende delle potenze europee. Sinora, infatti, non le era stato possibile evitare di farsi coinvolgere nei vari conflitti europei, tanto che le sue maggiori preoccupazioni erano state quelle della difesa e delle questioni internazionali. A partire dal 1815 ed in seguito al Congresso di Vienna l’Europa si trovò di fronte ad un lungo periodo di pace. Gli Stati Uniti riuscirono così a rifugiarsi in un isolamento diplomatico e a concentrarsi sulle loro faccende interne.
Come all’epoca della Guerra d’Indipendenza e del successivo periodo napoleonico, alla metà del XIX secolo gli Stati Uniti avevano un ruolo irrilevante negli affari del mondo. Lo svolgersi degli eventi non aveva fatto che riflettere il corso delle vicende europee dalle quali gli americani non potevano esimersi dal farne parte: l’Europa era al centro di tutto e le decisioni più importanti venivano prese soprattutto a Londra, Parigi, Vienna, Berlino e San Pietroburgo.
Ciò spiega perché gli Stati Uniti non emersero come potenza mondiale che alla fine della guerra con la Spagna, combattuta dall’Aprile al Dicembre del 1898.
Per essere considerata grande potenza una nazione ha inizialmente bisogno che da parte del governo e del popolo vi sia la volontà di influenzare gli eventi mondiali e non limitarsi al solo ruolo di osservatore marginale e passivo. E’ anche necessario che nel formulare la loro azione diplomatica le altre potenze prendano in considerazione gli indirizzi politici di questa nazione. Riguardo quest’ultimo aspetto, le potenze europee avevano raramente tenuto conto degli Stati Uniti almeno fino all’ultima decade del XIX secolo. Se lo avevano fatto, lo si doveva più alla crescita economica e politica che alla forza della loro diplomazia.
Per gran parte del secolo, la maggioranza degli americani era del tutto indifferente alle questioni di politica estera: a preoccuparli ed assorbire la loro attenzione erano i problemi interni. Di ciò che avveniva altrove a loro interessava poco, al punto che nutrivano sospetti nei confronti dei diplomatici e dei loro modi visti come ambigui ed ingannevoli. Avevano grande fiducia nell’autosufficienza della loro nazione e pensavano che potesse cavarsela nel mondo da sola.
Questo sentimento, meglio noto con il termine di isolazionismo, si fondava sulla convinzione che quella americana era una società autosufficiente e che doveva anche tenersi alla larga da quelli che allora erano noti come “coinvolgimenti esterni”.