Dal 1815 all’inizio della Guerra Civile – una nazione in crescita

I cambiamenti del XIX secolo

I cambiamenti della Rivoluzione Industriale

Nel corso degli anni di cui si è appena parlato il Paese subì enormi cambiamenti: dai suoi albori, il XIX secolo aveva aperto la via a quel processo di trasformazione che avrebbe sostituito la tradizionale società agricola con una di tipo industriale, urbana e tecnocratica che, tra alti e bassi, si è estesa a tutto il mondo fino ad oggi.

Negli Stati Uniti la popolazione tendeva a raddoppiare pressappoco ogni 25 anni. Nel 1860 superava già i 31 milioni ed era maggiore di quella inglese. In questo stesso anno, più di un terzo risiedeva in centri urbani con più di 2500 abitanti. Le città di Boston e di New York avevano entrambe superato i 150 mila.

Dopo il 1815 le cifre dell’immigrazione dall’Europa iniziarono a salire a tal punto che nel decennio successivo al 1830 entrarono nel Paese in media 50 mila persone l’anno. Furono 100 mila dopo il 1840 e negli anni successivi al 1850, 150 mila. In questo stesso periodo gli immigrati superarono i 5 milioni, più dell’intera popolazione del 1790.

La regione più urbanizzata corrispondeva agli Stati del Nord-Est, dove nel 1860 più di un terzo della popolazione risiedeva nelle città. Nel Sud, a vivere nei centri urbani era invece meno del 10%: le città erano poche e di dimensioni relativamente ridotte. In questo stesso anno vi erano negli Stati Uniti otto città con più di 150 mila abitanti. Negli Stati del Sud il numero degli schiavi era passato dai poco meno di 860 mila del 1800 ai 4 milioni del 1860. I neri liberi erano circa 250 mila. Il 90% della popolazione di colore viveva al Sud al di sotto della linea Mason-Dixon che fino alla Guerra Civile era considerata la frontiera tra gli Stati liberisti e quelli schiavisti.

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#EdoardoAlmagia

Migliora la qualità della vita degli schiavi

La vita degli schiavi era migliore di quella che si svolgeva altrove, inclusa quella delle classi operaie europee. La loro alimentazione era migliore di quella di molti braccianti agricoli inglesi e ben superiore a quella del contadino irlandese o russo. La loro giornata lavorativa non era poi più lunga di quella di molti operai degli Stati del Nord. Avevano la domenica libera, oltre che parte del sabato. La crudeltà dei trattamenti e le brutalità non erano la regola e la degradazione non era dunque tanto fisica quanto psicologica. Tra bianchi e neri si giunse col tempo a forme di adattamento spesso complesse.

Lo schiavismo fu anti-economico, così come lo era la convinzione che l’agricoltura fosse l’unica occupazione degna di un gentiluomo. A questo modo di vedere le cose corrispose la scarsa disponibilità di capitali per un decollo industriale: nel 1860 il Sud riusciva a produrre poco meno del 10% dei manufatti in America e la maggior parte dei guadagni dei proprietari agricoli finiva al Nord, dove andava a finanziare la crescente espansione industriale, insieme alla meccanizzazione della produzione e l’ingrandimento delle fabbriche.

Dal punto di vista dell’economia, alla tradizionale società agraria si andava sostituendo un’economia capitalista e commerciale. Prevalentemente agrarie erano le regioni dell’Ovest, negli Stati del Sud aumentava la produzione del cotone coltivato su vasta scala mentre nel Nord-Est si diffondeva la Rivoluzione Industriale.

Tra il 1810 ed il 1860 i lavoratori nell’industria manifatturiera passarono da 349 mila a quasi un milione e mezzo ed il capitale investito da 50 milioni di dollari a circa un miliardo. La gran parte di questo sviluppo industriale e capitalistico si stava concentrando negli Stati della Nuova Inghilterra e nella media fascia atlantica. Malgrado questi enormi progressi, il periodo di maggior sviluppo industriale doveva ancora arrivare.

Il processo di colonizzazione era facilitato da una rivoluzione nei trasporti mentre intanto il numero degli Stati era passato da 18 a 33 e i confini nazionali si erano estesi fino al Pacifico. Nel 1810 un americano su sette viveva ad Ovest della catena degli Appalachi. Nel 1860 questa proporzione era passata ad uno su due, proporzione che per le tribù indiane invece cominciava a significare l’allontanamento dalle loro terre. Nei vent’anni tra il 1840 ed il 1860 il progresso tecnologico contribuì ad un sostanziale aumento della produzione agricola di questi territori occidentali.

Grazie al vapore si moltiplicavano i battelli fluviali e cresceva la rete ferroviaria che nel 1840 contava oltre 5000 km. Vent’anni dopo aveva raggiunto circa 50 mila km, tre volte quella inglese. Si estesero anche altre vie di comunicazione come quella fluviale e la rete stradale. Tutto ciò consentì ai porti sull’Atlantico di superare New Orleans per volume di traffico verso i territori dell’Ovest. Nuovi collegamenti furono agevolati dal telegrafo, tanto che nel 1860 le linee telegrafiche avevano superato gli 80 mila km.

A questa crescita dell’economia interna corrispondeva quella del commercio con l’estero: dai 67 milioni di dollari del 1825 si giunse ai 333 milioni del 1860. Gran parte di questo commercio si avvaleva di navi americane, tanto che tra il 1820 ed il 1860 il tonnellaggio passò da 646 mila tonnellate a più di 2 milioni e trecento mila. I velieri stavano gradualmente cedendo il passo al ferro e al vapore.

Questo fu anche un periodo di grande fermento sociale e culturale nel quale fiorirono intensi dibattiti sulla scuola, la religione, lo schiavismo, i rapporti tra i sessi, i diritti delle donne e l’ordinamento carcerario. Nella cultura andava emergendo una nuova vena che poteva dirsi autenticamente americana.