Gli attriti con il Messico ed il problema del Texas

La dissoluzione dell’impero spagnolo

Le conseguenze della dissoluzione dell’impero spagnolo

Dal punto di vista delle nuove repubbliche dell’America Latina la dottrina Monroe, anche se non presa sul serio come appena visto, non venne accolta con favore: se è vero che da un lato le tutelava dalle ambizioni europee, dall’altro le esponeva a quelle americane e fu proprio dagli Stati Uniti che una di queste fu costretta a subire le prime minacce esterne.

All’interno degli Stati Uniti la dissoluzione dell’impero Spagnolo nel corso del primo quarto del XIX secolo lasciò vasti territori quasi disabitati ed in stato di disordine che si estendevano pressappoco dal Colorado fino a Capo Horn. Quando il Messico ottenne l’indipendenza dalla Spagna il suo territorio arrivava quasi sino alle rive del Mississippi ed alla catena delle Montagne Rocciose.

In quello stesso periodo i coloni americani pensavano che lo spazio delle Grandi Pianure non fosse adatto allo sfruttamento agricolo. Rivolsero quindi lo sguardo a quelle ampie estensioni di terreni fertili ed incolti alla frontiera con il Messico. I primi coloni iniziarono a spostarsi verso il Texas a seguito di un invito ricevuto dal Messico. Ottenuta la sua indipendenza, quest’ultimo aveva offerto ampie concessioni territoriali agli Americani purché avessero accettato la sua giurisdizione e si fossero installati in insediamenti non superiori ad un certo numero di abitanti.

Nel 1830 su queste terre si erano già stabiliti circa 20 mila coloni, quasi tutti provenienti dagli Stati del Sud. Si erano portati appresso i loro schiavi per coltivarvi il cotone, bene molto richiesto dall’industria britannica. L’anno precedente il governo messicano aveva abolito la schiavitù e cominciava anche ad allarmarsi per il numero dei coloni che entravano nei suoi territori. Vietò l’immigrazione e tentò di applicare le proprie leggi contro lo schiavismo. Gli attriti furono inevitabili.

Senza troppi scrupoli, questi si ribellarono e all’inizio del 1836 proclamarono una loro repubblica che chiamarono Texas chiedendone successivamente l’annessione agli Stati Uniti: il Messico non gradì la cosa e a non gradirla furono anche gli Stati del Nord. L’annessione di questi territori avrebbe potuto infatti rafforzare la causa dello schiavismo ed accrescere il peso del Sud.

Grazie per la lettura

#EdoardoAlmagia

La spinosa questione dell’annessione del Texas

Washington considerò questa richiesta come foriera di problemi. Il presidente Jackson preferì accantonare la questione e lo stesso fece il suo successore Martin Van Buren. Scontenti per questi rinvii ed in astio agli Stati Uniti, i texani volsero lo sguardo alla Francia e alla Gran Bretagna. Un Texas indipendente avrebbe fatto comodo soprattutto agli Inglesi: avrebbe messo un bastone tra le ruote all’espansionismo americano e offerto un mercato alle sue esportazioni rendendo le sue industrie meno dipendenti dal cotone americano.

Quest’interesse dell’Inghilterra per il Texas non piacque a Washington, tanto che il presidente John Tyler ed il suo Segretario di Stato Abel Upshur, favorevoli entrambi ad una politica di espansionismo, ripresero le trattative nell’autunno del 1843. Contrari al Compromesso del Missouri, erano dei conservatori che credevano nei diritti degli Stati e nella limitazione del potere federale.

Queste trattative continuarono con l’arrivo del nuovo Segretario John Calhoun a seguito della morte del suo predecessore. Anche lui era un espansionista ed un difensore degli interessi del Sud. Con 35 voti contrari e 16 favorevoli la proposta di annessione naufragò poco dopo in Senato: l’ingresso del Texas nell’Unione quale stato schiavista avrebbe potuto infrangere gli equilibri in quanto stava riesplodendo la questione dello schiavismo.