Una storia politica importante
Diverse amministrazioni un unico scopo
Senza andare troppo indietro nel tempo, dall’inizio del secolo abbiamo visto insediarsi alla Casa Bianca quattro amministrazioni diverse tra loro: dal repubblicano Bush, bianco, ricco, ex-governatore del Texas e bene inserito nell’establishment americano al democratico Barack Obama, nero, di origini modeste, con un padre kenyota ma cresciuto dalla madre e dal brillante trascorso accademico. Successivamente è stato eletto Trump, magnate immobiliare di New York, narcisista, autoritario, bugiardo ed inaffidabile, per finire poi con Joe Biden, uomo rispettabile e perbene, politico di professione, dalla vasta esperienza e per otto anni già vice-presidente dello stesso Obama: inutile dire che per entrambi le vedute sulla politica estera sono su quasi tutto divergenti.

Ognuno di loro a modo suo ha rappresentato un aspetto dell’America, ha voluto guarirla e correggerne la direzione. Ha soprattutto iniziato il proprio mandato con l’intenzione di dare la precedenza alle questioni interne. Il successivo corso degli eventi li ha spinti a coinvolgersi nelle questioni internazionali probabilmente molto più di quello che avrebbero desiderato. Così facendo, hanno dato una loro impronta alla politica estera degli Stati Uniti anche se poi, malgrado le differenze, si è visto come le loro decisioni sono state spesso simili e in più di un modo ancorate alle passate tradizioni della politica estera americana.
Per meglio capire queste posizioni, in alcuni casi contraddittorie, sarebbe utile collegarle a concetti come l’esportazione della democrazia, il multilateralismo, la difesa dei diritti umani e la cooperazione internazionale. Di fronte a questi, l’”America First” di Trump, lo slogan “Make America Great Again”, con il loro distanziarsi dagli accordi internazionali, dalle alleanze e l’unilateralismo che ne conseguono. Dietro a tutto ciò, quelli che sono stati i princìpi fondanti della nazione americana e della sua politica estera, partendo dall’idea della “città sulla collina”, dell’isolazionismo, del “Destino Manifesto” e della “Dottrina Monroe”.
Di alcune di queste idee all’estero si parla spesso, ma altrettanto spesso non sono del tutto comprese. Con Biden assistiamo ora ad un ritorno di una politica di valori, fondata sull’idea della superiorità della democrazia di fronte all’autocrazia e alle dittature. In futuro, a seconda delle circostanze e della personalità di chi siede alla Casa Bianca, si tornerà nuovamente a parlare con tutta probabilità di isolazionismo, di interventismo, oppure in altri casi di distanziamento o di cooperazione.
A chi osserva gli eventi è necessario per comprenderli meglio trovare quel giusto equilibrio tra quelle che sono le spinte di forze impersonali, ad esempio visioni ideologiche e nazionalismo, e quelli che sono i tratti salienti del carattere e della persona che sta al comando. Di questi esempi la Storia è piena.
Grazie per la lettura
#EdoardoAlmagia

Diversi esiti
E’ anche necessario non volgersi al passato con gli occhi del presente: ogni periodo ha le sue peculiarità che vanno osservate nel contesto del loro tempo e non confuse e giudicate col modo di vedere di altri periodi: sarebbe un grave errore e porterebbe ad una falsificazione della Storia. Una cosa, ad esempio, sono gli Stati Uniti del XVIII e del XIX secolo ed un’altra quelli odierni nei quali, con la fine della Guerra fredda, si è passati dalla relativa stabilità e semplicità di un mondo bipolare alla confusione e all’imprevedibilità dei nostri giorni.
Per meglio capire l’origine delle diverse posizioni assunte dagli Stati Uniti in campo internazionale è dunque bene tornare al passato, ricordando anche il ruolo che hanno avuto gli eventi esterni nel condizionarne la genesi. Questa nazione è cresciuta e si è formata in un contesto internazionale che vedeva un numero di potenze europee perennemente in conflitto tra loro. Colonizzata da europei e nata perciò come estensione dell’Europa, non ne fu mai una replica ed in questo l’ambiente ebbe una parte molto importante.
Sin dagli inizi si è assistito ad un’espansione interna non solo geografica, ma anche economica, finanziaria, tecnologica, demografica e culturale. Ne è sorta una comunità capace di rinnovarsi continuamente e incline a volgere lo sguardo verso il futuro; una nazione plurima all’interno della quale ogni volta che una parte faceva un passo indietro, un’altra ne compiva uno avanti; una nazione che non ha mai attinto ad un’unica tradizione europea, ma a molte eredità diverse caratterizzate da una miscela di popoli, lingue e culture.
La sua Guerra di Indipendenza fu anche un conflitto civile ed è solo dopo la Guerra di Secessione che viene definito l’assetto economico e sociale del paese. Con la vittoria dell’Unione il Nord inaugurò il capitolo del “Destino Manifesto” in un contesto di crescente urbanizzazione, meccanizzazione, unificazione del Paese per mezzo della rete ferroviaria, produzione di massa ed afflusso di milioni di immigrati dall’Europa e dall’Asia.
In politica estera è con la guerra Ispano-Americana e l’acquisizione, a cavallo del Novecento, del canale di Panama che si passa da una fase tendenzialmente isolazionista all’imperialismo. A seguito del primo conflitto mondiale e del tramonto dell’Europa dopo il secondo, il XX secolo potrà dirsi “il secolo americano”.
Diceva Arthur Schlesinger che “per capire la condotta degli Stati Uniti all’estero bisogna conoscerne bene la storia”.
Fissate in origine per il 15 Ottobre del 2016, le ultime elezioni parlamentari si sono svolte il 20 Ottobre di quest’anno, esclusa la provincia di Kandhar che votato la settimana dopo. Malgrado alcuni attentati, ai quali si sono uniti ritardi e difficoltà, a votare si calcola si sia recata il 45% della popolazione. Notevole il fatto che il 33% dei votanti erano donne. Le candidate femminili erano più 400 e per il meccanismo delle quote, 68 di loro andranno in Parlamento. I risultati finali sono attesi per il 20 Dicembre.
Si può dire che ad oggi le prospettive generali per una pace in Afghanistan siano migliorate e nuove opportunità sono emerse. Benché la stabilità nel paese sia tutt’ora precaria è nostro dovere, oltre che interesse, che sia messo in condizione di poter fare le scelte giuste e decidere da chi essere governato.
Per via dei meccanismi di potere, più importanti saranno le elezioni presidenziali attese per l’anno prossimo. L’attuale presidente non è popolare ed il paese resta sempre una Repubblica fragile dal processo politico instabile. È certo che i Talebani non faranno sconti e il rischio di nuovi attentati resta molto alto.