Relazioni tra Europa e America
1776, anno della Dichiarazione di Indipendenza
Va sottolineato che fu l’Illuminismo alla fine del XVIII secolo ad avviare la democratizzazione degli Stati Uniti. Già prima del 1776, anno della Dichiarazione di Indipendenza, nella visione dei rapporti con l’estero appariva una vena tinta di idealismo e di pensiero utopico che evidenziava il distacco da tutto ciò che fosse europeo. Emergeva in parallelo anche una dimensione pragmatica fondata sul realismo commerciale dei mercanti del New England, che per motivi di scambi economici ritenevano importante conservare legami con l’Europa.

Alcuni anni dopo, in particolare tra il 1780 e il 1800, uomini come Thomas Jefferson ritenevano che nel passaggio da uno Stato coloniale ad una Repubblica gli Stati Uniti avrebbero potuto servire da modello per riformare quel sistema corrotto che gli americani consideravano tipico degli Stati europei. Si sarebbe trattato di una diplomazia nuova da costruirsi sui più alti ideali della nazione e della Repubblica né del tutto isolazionista, né semplice rifiuto dell’Europa. Era piuttosto di carattere riformista ed internazionalista ed avrebbe potuto condurre quest’ultima a lasciarsi alle spalle i suoi vecchi giochi diplomatici costruiti sui capricci e gli intrighi delle aristocrazie.
Va aggiunto che in quegli anni non era possibile per gli americani evitare un coinvolgimento e disinteressarsi sia agli sviluppi della Rivoluzione Francese che a quelli dell’era napoleonica: in quel periodo, infatti, tra Europa ed America i contatti e i rapporti furono numerosi e consistenti. Nel corso degli anni Novanta del XVIII secolo non furono pochi gli americani a schierarsi a favore o contro la Rivoluzione Francese. Lo scoppio di quest’ultima fu bene accolto almeno fino al momento dell’esecuzione del re Luigi XVI e al periodo del Terrore. Entrambi gli eventi divisero l’opinione pubblica americana.
Dopo 20 anni di servizio pubblico, alla fine del secondo mandato e poco prima di ritirarsi nella sua dimora a Mount Vernon, il presidente George Washington scrisse una lettera di commiato ad “amici e concittadini”: il “Discorso di Addio” (Farewell Address). Ad ispirarla, il timore che i dibattiti sulla Francia e la sua Rivoluzione, spesso molto accesi, rappresentassero un pericolo per il progresso della nazione ed i suoi equilibri interni.
Grazie per la lettura
#EdoardoAlmagia

La nascita effettiva dello Stato
Dopo la Dichiarazione di Indipendenza del 1776, “il ripudio dell’Europa – come scrisse John dos Passos – è dopo tutto la principale ragion d’essere dell’America”. Questa dichiarazione rappresentò infatti ben più di una semplice frattura con l’Inghilterra e con l’Europa: era soprattutto la volontà di smarcarsi da tutti quegli aspetti negativi che agli occhi dei coloni caratterizzavano l’Europa del XVIII secolo.
Trovatisi di fronte ad un continente ancora vergine, gli americani avrebbero avuto l’opportunità di edificare una nuova società e vivere in un mondo migliore. In poche parole, avrebbero potuto sganciarsi dalle dinamiche del Vecchio Continente per imbarcarsi in un esperimento nobilissimo e del tutto nuovo che non avrebbe avuto alcuna possibilità di realizzarsi se fossero rimasti coinvolti nelle beghe e nelle consuetudini dell’Europa.
Solo questo distacco avrebbe consentito la realizzazione di quel credo puritano che vedeva l’America come “la città sulla collina” e “l’ultima speranza di Dio sulla terra”. Questi concetti sono utili a spiegare l’idea dell’eccezionalismo americano che in seguito si sarebbe spesso manifestata nella politica degli Stati Uniti, così come l’atteggiamento isolazionistico che in origine non era che una scelta cosciente di evitare il coinvolgimento nelle faccende europee.
Come vedremo in seguito e queste righe ce lo spiegano, non si può definire la tradizione politica americana del XIX secolo in termini di semplice isolazionismo e limitarsi a questo.
Fissate in origine per il 15 Ottobre del 2016, le ultime elezioni parlamentari si sono svolte il 20 Ottobre di quest’anno, esclusa la provincia di Kandhar che votato la settimana dopo. Malgrado alcuni attentati, ai quali si sono uniti ritardi e difficoltà, a votare si calcola si sia recata il 45% della popolazione. Notevole il fatto che il 33% dei votanti erano donne. Le candidate femminili erano più 400 e per il meccanismo delle quote, 68 di loro andranno in Parlamento. I risultati finali sono attesi per il 20 Dicembre.
Si può dire che ad oggi le prospettive generali per una pace in Afghanistan siano migliorate e nuove opportunità sono emerse. Benché la stabilità nel paese sia tutt’ora precaria è nostro dovere, oltre che interesse, che sia messo in condizione di poter fare le scelte giuste e decidere da chi essere governato.
Per via dei meccanismi di potere, più importanti saranno le elezioni presidenziali attese per l’anno prossimo. L’attuale presidente non è popolare ed il paese resta sempre una Repubblica fragile dal processo politico instabile. È certo che i Talebani non faranno sconti e il rischio di nuovi attentati resta molto alto.